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Quelli che dicono no (anche al posto sicuro)

Quelli che dicono no (anche al posto sicuro)

Il lavoro viene offerto, e spesso rifiutato: i candidati selezionano aziende, valutano stipendi, chiedono smart working. E a molti concorsi non si presenta nessuno. Così, in tante regioni del Nord, sono in affanno settori cruciali, dalla meccanica di precisione alla sanità, dall’agricoltura «tecnologica» all’accoglienza turistica.


A Verona hanno tagliato le corse degli autobus, mancano gli autisti. A Parma cercano manutentori, progettisti, montatori e magazzinieri a 1.400 euro al mese (paga di partenza) rari come fossero discendenti degli Aztechi. Nel Bresciano hanno bisogno di tutto, anche dei pulitori di camini per 12 aziende del settore molto qualificate. A Vicenza una ditta su dieci non trova personale. A Bergamo il 37 per cento delle ricerche di impiego (soprattutto tecnici) è inevaso per la mancanza di candidati. Del resto «quel milione di posti di lavoro che non riusciamo a coprire» di cui ha parlato la ministra Elvira Calderone al forum di Confcommercio, da qualche parte deve pur esserci.

È la marcia dei fantasmi nell’estate della grande fuga: i lavoratori mancanti, coloro che lasciano vuote le caselle. Il lavoro c’è ma non si vedono i pretendenti. E non solo fra operai, tecnici, camerieri. La Regione Veneto ha messo in palio oltre 150 assunzioni di medici nei pronto soccorso: concorso flop, «preferisco vivere», le carenze d’organico rimangono impressionanti. Per non parlare degli infermieri sulla Pedemontana, con la Svizzera alle spalle. «A Como, Varese, Lecco, anche Sondrio, la migrazione è continua, in media 20 al mese. Di questo passo il sistema sanitario pubblico e forse quello privato non saranno più sostenibili», è l’allarme di Giuseppe Chindamo, presidente dell’Ordine degli infermieri di Como. «Alle aziende sociosanitarie Valle Olona, Sette Laghi e Lariana ne mancano 400, assenze tamponate dai turni supplementari degli altri».

Il problema esiste: 3.500 euro nelle cliniche di Lugano e Bellinzona non sono assolutamente equiparabili neppure con gli sgravi fiscali e la benzina low cost. Non si tratta solo di stipendi. Lo conferma Anna Cremascoli, presidente della clinica Columbus, eccellenza ospedaliera milanese. «Paghiamo cara la mancanza di lungimiranza con il numero chiuso universitario, purtroppo con quella scelta abbiamo perso una generazione di medici. Ma il mondo sanitario è un caso a parte, in realtà fatichiamo anche a trovare un contabile per un luogo di prestigio come il nostro. Questo perché mancano professionalità specifiche. Aggiungerei che il Covid ha lasciato tracce negative: quando i candidati si siedono e chiedono lo smart working il lunedì e il venerdì divento diffidente. È un atteggiamento che non mi piace».

Il lavoro c’è, dove sono i lavoratori? Ai concorsi non si presenta nessuno. Realtà perdente, allarme sociologico. Qui il sistema sta cambiando pelle. Se n’è accorto il presidente della Camera di commercio di Brescia, Lorenzo Saccone, che sintetizza così la crisi della manodopera: «Fra gli imprenditori gira una battuta. Una volta alla fine di un colloquio il titolare dell’azienda diceva: «Le faremo sapere». Adesso è il candidato ad annunciare: «Le farò sapere». L’Italia in questo momento ha il più basso tasso di disoccupati dal 2009 (7,6 per cento), ma mancano le professionalità. E si sta verificando quel che il giuslavorista Pietro Ichino aveva profetizzato un paio d’anni fa nel libro L’intelligenza del lavoro: sono gli aspiranti che si scelgono l’azienda, che valutano retribuzioni, percorsi di carriera, welfare aziendale, distanze dall’abitazione. È un modo diverso di cercare ed eventualmente prendere in considerazione il posto, da parte di una generazione che mette in pratica la regola «You live only once». Si vive una volta sola, quindi si lascia il lavoro che non piace e non si accetta quello che spazza via certe libertà acquisite, come il weekend. Non è sindrome da divano ma il reddito di cittadinanza aiuta; di sicuro è un cambio di prospettiva abbattutosi sul ricambio professionale dopo il Covid. Sintetizzando, un postumo reso più grave dalla mancanza di formazione scolastica.

«Non è una novità» ripete nei convegni Renato Della Bella, che è stato fino a pochi mesi fa presidente di Apindustria Confimi Verona, associazione che riunisce circa 800 piccole e medie imprese di quella provincia. «È una questione che la pandemia ha ulteriormente evidenziato, rendendo necessaria una diversa visione che deve interessare il mondo delle Pmi e che non può escludere quello della formazione scolastica. Le aziende ricercano operai specializzati, addetti alle macchine utensili a controllo numerico, elettricisti, idraulici, montatori meccanici e installatori. Non si trovano figure professionali già formate da inserire subito in azienda, tanto che quei lavoratori che presentano queste caratteristiche sono molto contesi». Fra i comparti più in sofferenza c’è l’edilizia, seconda arriva la ristorazione, terzo il turismo. I settori trainanti boccheggiano; si temeva la tecnologia che ci avrebbe sostituito con i robot, nel frattempo è arrivata la traversata del deserto. Gli esperti sottolineano un altro problema, il «mismatch», una parola mutuata dal basket (quando il piccoletto si trova a difendere contro una montagna di due metri e dieci). Traduzione: la mancanza di professionalità dell’offerta rispetto alla domanda. Uno dei primi a usare il termine fu l’ex presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia: «Mancano figure tecniche così come lavoratori meno qualificati e c’è carenza anche di “soft skills” come la capacità di lavorare in gruppo. Il mismatch non è solo qualitativo, anche quantitativo, ed è destinato ad aggravarsi per la crisi demografica in atto: nei prossimi dieci anni in Lombardia mancheranno quasi 350 mila persone tra 18 e 65 anni».

Siamo dentro la bolla del Big Quit, come lo chiamano nel Midwest americano. È la carestia da lavoro. Anche in settori strategici per la produzione di beni di prima necessità, agricoltura e zootecnia, la crisi si avverte. Lo spiega Giuseppe Elias, imprenditore leader, titolare dell’azienda agricola e di allevamento Bianchini nel Lodigiano, ex assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia. «Mancano operai specializzati, mancano tecnici pronti per salire sulle macchine agricole. Oggi salire su un trattore non significa avere a che fare con polvere e rumore, ma con una Rolls Royce da 200 mila euro con Gps e aria condizionata. Una mietitrebbia computerizzata è più accostabile a un aereo che a un’auto. Mancano le competenze e le scuole che le attribuiscono. Anche in zootecnia, una vacca che produce 70 litri di latte al giorno deve essere gestita e controllata da persone competenti».

Elias ha una spiegazione della grande fuga. «Per due anni il personale da assumere era scomparso, guarda caso in concomitanza con la diffusione del reddito di cittadinanza. Ora vedo qualche curriculum in più, ma anche la richiesta del candidato di essere pagato in nero. Gli stranieri sono una risorsa ma non vogliono prendere oltre i 6 mila euro l’anno per non perdere le agevolazioni di welfare e la possibilità di arrotondare con lavoretti sottotraccia». I grandi gruppi industriali navigano a vista e la forbice delle richieste è ampia. Mancano gli ingegneri esperti in intelligenza artificiale nel settore dell’automotive (ed è normale, trattasi di nuova professione) e banconisti, cassiere, frigoristi, manutentori nelle catene dei supermercati. Con una curiosa tendenza: lasciano la grande distribuzione per andare a lavorare nelle aziende di logistica in continua espansione. Secondo Mauro Tiberti, imprenditore dolciario bresciano, titolare della catena ODStore (50 punti vendita), però la colpa del posto vuoto non è solo di chi non lo occupa. «Oggi i giovani cercano un lavoro più congruo per esigenze di vita e di famiglia. E sono diffidenti nei confronti di chi, soprattutto nei piccoli esercizi pubblici, tende a sfruttarli con contratti capestro e paghe da fame. A tenere lontano i giovani c’è anche l’aspetto della speculazione. Secondo me il problema è legislativo, determinato da politici che negli ultimi dieci anni ci hanno capito poco». Come mai? «Facile. Invece di stare in strada a verificare come si lavora, stanno dentro la solita campana di vetro».

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