Da Nord a Sud, durante il weekend l’Italia è attraversata da eventi clandestini organizzati attraverso i social. E migliaia di ragazzi si fanno beffe delle restrizioni anti Covid. Cronache dal disagio di una generazione che cerca la trasgressione a tutti i costi.
«Ci vediamo in qualche casa o nei locali, soprattutto nei fine settimana. Tutto normale, solo che la notte non possiamo tornare a casa perché ci sono i controlli». Giovanni frequenta un istituto alberghiero a Brescia e di sacrificare la propria voglia di divertirsi, a 17 anni, non ci pensa proprio. Come lui, altre migliaia di giovani e adolescenti in tutta Italia hanno messo da parte ogni prudenza e animano feste clandestine e party privati da 200 invitati a volta.
Accalcati in pub o appartamenti, tra alcol e droga, ballano stipati, senza alcuna precauzione. «Tanto se uno di noi avesse il virus ce lo passeremmo anche con le mascherine» taglia corto il giovanissimo interlocutore di Panorama. E il clima da proibizionismo americano anni Venti rende la cosa più eccitante, aggiunge quel brivido che la consapevolezza di compiere qualcosa di illecito piace tanto ai ragazzi. Che spesso sfogano in maxi risse la loro voglia di sballo.
Dall’Adige all’Etna, l’Italia è attraversata dal ritmo di balli segreti, feste illegali, ritrovi vietati eppure affollati. In provincia di Catania i tracciatori della Asl chiamati a ricostruire i passaggi del contagio hanno avuto un gran daffare per identificare i 50 partecipanti a una festa di compleanno, tutti senza mascherine. Tra loro c’erano alcuni positivi. Risultato: multe da 400 euro per ognuno, segnalazione all’autorità giudiziaria per il proprietario di casa e tutti in isolamento fiduciario. Col rischio di far scattare una piccola zona rossa per evitare il diffondersi del contagio.
A Selva di Val Gardena, il primo febbraio, i carabinieri di Ortisei hanno faticato a farsi mostrare i documenti dai 200 partecipanti di un party alcolico che un pub del paese aveva organizzato a pagamento. La capienza del locale era di 80 persone. All’interno ce n’era quasi il triplo. Mentre i militari identificavano i clienti, alcuni continuavano a ballare ubriachi, altri tentavano di scappare in mezzo alla neve dall’uscita secondaria, abbandonando sul pavimento venti grammi di hashish. Per 150 di loro è scattata la denuncia, la multa e la segnalazione all’autorità sanitaria per eventuali contatti positivi Covid. Le forze dell’ordine hanno accesso telematico ai database delle Regioni che aggiornano quotidianamente l’elenco dei positivi al coronavirus. In caso venga scoperto qualcuno che è «evaso» dall’isolamento domiciliare, scatta la denuncia per epidemia colposa.
Il fenomeno è ormai incontrollabile. A Milano, dove gli episodi scoperti dalle forze dell’ordine sono ormai decine e alle feste si accompagnano sovente le risse, la Questura ha individuato la strategia messa in atto dagli organizzatori per eludere i controlli. Basta affittare un ampio appartamento su piattaforme come Airbnb; la prenotazione viene effettuata da una singola persona, mentre le spese sono divise tra i partecipanti. E il proprietario dell’immobile potrà sempre dire di non essere a conoscenza delle vere intenzioni del suo inquilino.
Il 9 gennaio, a 300 metri dal Duomo, in via Lupetta, la polizia è dovuta intervenire tre volte nella notte. Obiettivo, riuscire a intercettare e indentificare i 18 ragazzi tra i 17 e i 23 anni che avevano animato una festa che resterà a lungo nella memoria dei vicini esasperati dalla musica altissima. Ogni volta che gli agenti si presentavano al portone, i giovani scappavano nascondendosi nelle rientranze dell’edificio, per poi tornare a ballare quando i lampeggianti delle volanti si erano allontanati. Divertendosi anche a massacrare di pugni un rider che aveva portato le pizze.
Altre volte sono gli stessi festeggiati a tradirsi. Come nel caso del party di fine gennaio organizzato da una influencer in un noto ristorante milanese, frequentato da vip e magistrati, in zona Cinque giornate. I piatti gourmet e le bottiglie di pregio, insieme alle candeline, erano stati fotografati e postati sui social network, con tanto di scontrino con il nome del ristorante: che è stato chiuso dalla polizia per cinque giorni perché pizzicato una seconda volta a farsi beffe della zona rossa in Lombardia.
Sempre a Milano, nel quartiere Nord-Est di Lambrate, un dj aveva trasformato il suo loft in una discoteca. Oltre a varie sostanze stupefacenti, la polizia ha trovato bombolette di gas elio usate, a quanto pare, per stordirsi e rendere ancora più esilarante la serata. Il comandante della compagnia di carabinieri di Cassano d’Adda, Giuseppe Verde, ogni settimana scopre almeno quattro ritrovi irregolari. «Feste organizzate in locali, oppure assembramenti nel retro di bar» spiega l’ufficiale. «Noi cerchiamo di applicare la legge con un po’ di tolleranza, ma sembra che i ragazzi siano esasperati dal prolungarsi delle restrizioni. Eppure sanno bene che stanno trasgredendo le regole».
Restii a rispettare le norme imposte dall’emergenza sanitaria sono anche gli studenti universitari stranieri, in Italia con il progetto Erasmus. Se nel capoluogo lombardo sono stati scoperti a festeggiare nel loro appartamento alcuni ragazzi europei che frequentano la Bocconi, a Napoli a fine gennaio 60 studenti stranieri si erano riuniti in un circolo ricreativo vicino a via Toledo. I carabinieri ne hanno identificati 42 a cui il proprietario aveva vietato di fare riprese con il cellulare.
A Bologna il fenomeno è finito sul tavolo del questore, che ha intensificato i controlli. Le volanti del commissariato Santa Viola hanno sorpreso diversi studenti stranieri a fare festa. Erano gli stessi già multati a ottobre. Difficile però fare prevenzione, perché gli inviti viaggiano sulle chat private o sulle pagine dei social, da Torino a Napoli. Come le risse che si stanno moltiplicando nella capitale. Dove si danno appuntamento bande che dalla periferia scelgono il centro di Roma per scazzottate da riprendere con gli smartphone. I raduni da «fight club» al Pincio sono diventati un problema di ordine pubblico. Centinaia di ragazzi, spesso minorenni, tutti senza mascherina, assistono urlanti ad assurdi sfoghi di violenza. Una moda in voga da mesi: veri raduni, come quello di Gallarate, nel Varesotto, con bulli arrivati in treno già carichi di birra e droga.
Il fenomeno è inspiegabile e ingiustificabile per Paolo Crepet, in questi giorni in libreria con il nuovo saggio La fragilità del bene (Einaudi). «Alla base di questi comportamenti c’è l’egoismo, la totale mancanza di rispetto e di regole» è netto lo psichiatra. «È insopportabile che in un momento simile, con 500 morti al giorno, ci sia una tale mancanza di responsabilità. Questi giovani non sono bambini! Vogliono divertirsi e se poi quando tornano a casa infettano il nonno non gli importa. La verità è che non sanno cosa sia la morte, non l’hanno vista, non ne hanno nemmeno la percezione, perché oggi si muore in ospedale e i genitori non ne sanno parlare».
C’è chi prova a giustificare gli eccessi con l’insofferenza verso i divieti apparentemente senza fine imposti dalla pandemia, alla mancanza di socialità provocata dalla sospensione delle attività scolastiche, all’impossibilità di sfogarsi a causa delle attività sportive interrotte e delle palestre chiuse. Non potrebbero essere queste le cause all’origine della voglia di trasgredire e di eccedere? «Ai ragazzi non manca la libertà, fanno quello che vogliono. Le opportunità che oggi hanno i giovani, quelli della mia generazione se le sognavano. Semplicemente il coronavirus ha portato a galla ciò che siamo veramente».