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Pilar Fogliati: «Che gran cosa essere falsi e cortesi»

Pilar Fogliati: «Che gran cosa essere falsi e cortesi»

L’attrice torna su Rai 1 con la seconda stagione di Cuori, che la vede nei panni di una cardiologa divisa tra due amori. A Panorama racconta come a 30 anni ha scalato il successo grazie alla tenacia, al pragmatismo e al saper tenere le distanze sul lavoro (con buona «piemontesità»). E circa gli affetti…


Doveva nascere il giorno di Natale, nella casa dei nonni ad Alessandria, dove la famiglia trascorreva le vacanze. «Poi sono arrivata con quattro giorni di ritardo. Me la presi comoda. Sono un Capricorno: lento, ma inesorabile». Pilar Fogliati è l’attrice del momento, bella, simpatica, ironica, una giovane Monica Vitti cui spesso fanno male i capelli («Una delle battute più belle del cinema»). Perfetta nei panni della ragazza che si divide tra i Parioli e Capalbio, con le friulane dall’alba al tramonto, come in quelli di Delia Brunello, la cardiologa protagonista della seconda stagione di Cuori, la serie medical-melò appena ripartita su Rai 1. Mentre si prepara all’intervista confessa che sta ascoltando alla radio Simon & the Stars: «Sentivo le caratteristiche dei segni zodiacali e mi ritrovo completamente. Siamo capre capaci di scalare anche l’Himalaya. Lunghe arrampicate, lente».

Lei è lenta?

Sono una che programma, progetta con calma, silenziosamente. Sono il contrario del «qui e ora», in teoria l’antidoto della felicità.

Allora un Capricorno non è mai felice?

Il motore della sua felicità è la certezza, in fondo l’unica che ha, che questa disciplina porterà a un risultato. E poi la felicità è un concetto di cui mi fa quasi paura parlare. Quando le cose iniziano ad andare bene perdi un po’ di leggerezza, di incoscienza.

I risultati intanto sono arrivati: il successo, un film da regista, Romantiche, altri in arrivo. Pensava di raggiungere la vetta già a trent’anni?

Non mi sento arrivata. In fondo non ho mai veramente creduto di farcela. Mi dicevo: «Pilar se questa cosa non funziona, farai qualcosa d’altro». Non sono mai stata una di quelle che pensano: «Voglio fare l’attrice, devo irradiare il mondo con il fuoco sacro dell’arte drammatica». Con Delia il fuoco sacro lo tira fuori: travolgenti triangoli amorosi, roba che neanche Renato Zero avrebbe considerato. Ma ora che Cesare, marito e grande luminare, si è risvegliato, ritrovandosi come un cervo a primavera, cosa succederà? Prima di cadere in coma lui ha visto la tesi che avevo dedicato al suo allievo prediletto e la prima cosa che mi chiede è: «Perché?»

Domande di un certo peso. Cosa risponde?

Partiamo scoppiettanti. Anche perché avevamo lasciato un finale aperto, ricevendo valanghe di insulti, anche petizioni alla Rai, dal pubblico furioso.

Questa volta sarete più magnanimi?

Lei gli racconta del suo passato, di amarlo, ma di essere innamorata di Alberto da sempre. Il dramma di questa donna è qualcosa che, se ci guardiamo dentro, possiamo capire tutti. È la metafora di un paradosso che viviamo ogni giorno. Capita almeno una volta di essere divisi nell’amore come nel lavoro. Questa è una serie con toni da romanzo russo, dove vince l’idea di essere predestinati all’amore.

Cosa avrebbe fatto se fosse stata al posto della dilaniata protagonista?

Non sono una cinica, ma una pratica. Mi fa un po’ tristezza dirlo, ma non mi butto nell’ignoto. Mi piacerebbe essere come Delia, ma non lo sono. Non sono una di quelle che dicono: «E poi ho mollato tutto per andare a vivere con lui in Uruguay». Quando ascolto queste storie mi sento inferiore. Non ne avrei mai il coraggio.

Tra ragione e sentimento?

Ragione. È come se potessi contenere meno sentimenti, ne sono consapevole. Ho avuto storie lunghe e sane. Mi piace stare in un rapporto amoroso a due, ho un fidanzato da quattro anni (Severiano Recchi, esperto di energie rinnovabili). Spesso mi sono chiesta come nascono le relazioni tossiche. A me non sono mai capitate. Magari mi sono persa un po’ di stupore.

Cosa le piace di Alberto, il «Vronskij» di Delia?

Sono una che parla tanto, un’estroversa, voglio sempre stare simpatica a tutti. Lui parla poco, ascolta e non gli importa di piacere. È un uomo integro, che non cambia idea. Così è anche il mio fidanzato. È questo che mi fa innamorare, mi attirano uomini molto diversi da me. Quelli che sanno stare nei loro confini e non hanno il desiderio spasmodico di conquistare il prossimo.

Suo padre Gonzalo è così?

Sì, silenzioso, lavoratore. Non esiste il superfluo, il futile. È un imprenditore che si occupa di sicurezza sul lavoro, ma ha il pollice verde, costruisce, scava. Aveva ragione Freud: ricerchiamo nostro padre negli altri uomini.

E sua madre?

Lavora in una casa-famiglia che si occupa di reintegrare minorenni che hanno commesso piccoli reati. Per educarli, non farli andare in carcere, ma reinserirli nella società, dandogli un futuro. È un lavoro difficile.

La sua è una famiglia borghese?

Sono cresciuta a Roma in un ambiente illuminato. Mamma è una donna colta, che ci ha dato tanti stimoli. Anche le sue punizioni erano interessanti.

Per esempio?

Mi iscrisse a un corso di teatro il venerdì sera, così non andavo a Campo dei Fiori a fare la cretina. Quando dissi che volevo diventare attrice, acconsentirono a patto che l’avessi fatto seriamente, entrando all’Accademia «Silvio D’Amico».

È il retaggio sabaudo?

Ci penso sempre: i miei nonni sono piemontesi. Mentre giravamo Cuori a Torino mi sentivo a casa. Mi piace questa frase di Italo Calvino: «È una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia».

Qual è il suo lato piemontese?

A casa siamo molto discreti. Siamo anche falsi e cortesi, che ritengo sia una cosa bellissima.

Difficile definirla bellissima.

Invece è geniale. Sul lavoro non è necessario diventare i migliori amici dei colleghi, ma posso attivare una cosa intelligente: essere falsa con cortesia. È una grande qualità non mischiare le cose e mantenere una certa distanza.

Roma è l’antitesi?

Non così tanto. Al romano nun je va, è pigro, discreto in modo diverso.

Che rapporto ha con la sua città?

La amo. Le devo il successo. L’ho desiderata tanto. Quando ero piccola vivevamo a Mentana, a venti chilometri, con il giardino, gli animali. Eppure, stavamo fuori dal Gra. Per i romani uscire dal Grande raccordo anulare è come spingersi oltre le Colonne d’Ercole. Varcarle è sempre un’incognita.

Nei suoi personaggi è divertente come interpreta lo snobismo del generone.

Li conosco bene, li riconosco. Sono quelli che vogliono essere sempre all’opposizione, quelli che non accettano il progresso, che non vogliono cambiare, che guardano indietro imbevuti di stupide regole. Quelli che dicono che ai Måneskin preferiscono il gruppo francese sconosciuto. Esserlo oggi è terribilmente anacronistico.

Dovesse raccontare Delia nella sua versione snob pariolina?

Bella, porella, cioè veramente, la pecorella smarrita in questa stagione. Nun je ne va una bene.

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