Prendere aria e mandarla fuori… Sembra così semplice. Eppure, come spiega un nuovo saggio, è una funzione vitale che molti di noi eseguono male (e per 25.000 volte al giorno). Imparare a migliorarla porterà innumerevoli benefici a corpo e mente.
Non importa tanto cosa mangi, quanta attività fisica fai, se sei grasso o magro, giovane o vecchio, quello che conta veramente è come respiri. Nulla è più essenziale per il benessere che respirare: prendere aria e lasciarla uscire per 25.000 volte al giorno. Se lo facciamo in modo «disfunzionale», questo logorerà i nostri corpi. È quanto racconta (studi e scoperte alla mano) il giornalista scientifico James Nestor nel saggio L’arte di respirare, edito in Italia da Aboca, che in America in poche settimane – complice anche la difficoltà di respirare liberamente dietro alle mascherine – è già diventato un bestseller.
Perché proprio un libro sul respiro, fra tutti gli innumerevoli argomenti legati alla salute?
«Per ragioni quasi personali, almeno all’inizio. Per anni ho sempre mangiato i cibi giusti, facevo esercizio fisico, dormivo otto ore, ma continuavo ad ammalarmi, il più delle volte con problemi respiratori. Avevo frequenti attacchi di bronchite e polmonite lieve. Il mio medico mi prescriveva antibiotici e mi diceva che stavo bene. Sospettavo qualcos’altro, ma non sapevo cosa. Poi, qualche anno fa, ho fatto un reportage per la rivista Outside sul campionato mondiale di apnea in Grecia».
E cosa facevano questi atleti di diverso rispetto a noi?
«Prendevano una boccata d’aria e si precipitavano sotto i 100 metri: niente pinne, niente serbatoi d’aria, solo i loro corpi. Tornavano in superficie quattro minuti dopo. Stupefacente. Gli apneisti mi hanno detto che imparare l’”arte del respiro” non solo ha permesso loro di immergersi a profondità incredibili, ma la respirazione potrebbe anche essere usata per riscaldare il nostro corpo o per curarci da malattie croniche. Tornato a San Francisco ho passato mesi a parlare con esperti del settore, intervistando altri “polmonauti”. Ho scoperto che era scientificamente verissimo. In qualche modo, controllando il respiro anche noi potremmo fare tutte queste cose».
Nelle sue ricerche su come gli esseri umani respirano, cosa ha scoperto esattamente?
«Che noi siamo i peggiori respiratori nel regno animale e che questa “disabilità” è recente nell’evoluzione umana. I nostri antenati avevano denti dritti, mascelle potenti, ampie aperture nasali e vie aeree molto più estese. Mentre oggi tanti soffrono
di qualche forma di ostruzione delle vie aeree. Siamo diventati una civiltà di russatori, strozzatori, rantolanti, sibilanti. Com’è successo? E può essere risolto? Queste sono le domande che mi hanno ispirato a passare anni a scavare in antichi luoghi di sepoltura, biblioteche mediche, scritture antiche, documenti dentali e altro ancora».
Respirare è una delle cose più semplici, eppure riusciamo a farlo così male?
«Lo facciamo con frequenza eccessiva e attraverso la bocca. In questo modo impieghiamo il 40% di umidità in più e il corpo si disidrata più facilmente. L’inalazione e l’espirazione attraverso la bocca interrompono anche l’equilibrio del Ph, rendono i denti più inclini alla carie e il cavo orale più vulnerabile alla malattia parodontale».
Se poi viviamo in città inquinate, questo peggiora ulteriormente, giusto?
«Sì perché la bocca ha un ruolo limitato nel filtrare l’aria, per cui esponiamo le vie respiratorie a tutto ciò che c’è nell’ambiente: smog pollini, polvere, tossine… Respiriamo troppo e in alto nel petto, rendendo difficile per il nostro corpo usare in modo efficiente l’ossigeno e causando stress al sistema nervoso».