L’ultimo episodio di cronaca è quello dell’immigrato tunisino che ha ucciso don Roberto Malgesini, a Como. Ma sono in aumento i casi di clandestini con disturbi psichici lasciati a se stessi e non monitorati, quasi sempre trascurati dai servizi sociali. Quando poi il disagio esplode in modo drammatico, gli effetti possono essere fatali.
«Sono contento di quello che ho fatto. Quel prete ha partecipato a un complotto contro di me per farmi rimpatriare in Tunisia». Non c’era alcun pentimento nel primo, farneticante interrogatorio di Mahmoudi Ridha, il tunisino che lo scorso 15 settembre ha ucciso con un coltello lungo 22 centimetri don Roberto Malgesini, prete di strada che, a Como, aiutava gli ultimi. Compreso il suo assassino.
Nonostante i precedenti penali e un ordine di espulsione del 2014, Ridha viveva come un fantasma, senza finestre né acqua corrente, in una nicchia di due metri quadrati ricavati nella fredda pietra alla base della torre campanaria della chiesa di Sant’Orsola, che gli è stata messa a disposizione dalla parrocchia. Invisibile. Come invisibili per lo Stato – che si accorge di loro solo quando è troppo tardi – sempre più migranti, che vivono prigionieri di un destino già segnato e rischiano di finire in un abisso di rabbia. E di una follia che si sfoga su persone inermi, che magari li hanno aiutati.
Prima di Mahmoudi Ridha era successo a Said Machaouat, il marocchino che, nonostante le condanne al carcere, il 23 febbraio 2019 era libero di comprare un coltello da cucina e uccidere sul Lungo Po di Torino un passante mai visto prima, Stefano Leo, «perché aveva un sorriso felice in faccia». Anche lui, nell’interrogatorio ha detto di sentire «voci nella testa». Nessuno si era accorto neppure dei fantasmi che affollavano la mente di Alejandro Meran, il dominicano affetto da disturbi psichici che il 4 ottobre dello scorso anno, nella questura di Trieste, ha sparato all’impazzata e senza motivo uccidendo i poliziotti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta.
Scriveva Primo Levi, in Se questo è un uomo: «Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso». È ciò che sta accadendo a migliaia di stranieri irregolari che, nonostante le inconcludenti o truffaldine politiche di accoglienza, a stento sopravvivono in una bolla che rende impossibile intraprendere un percorso di legalità e integrazione, dove frustrazione e rabbia esplodono per un nonnulla.
Anche per questo centinaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti di polizia penitenziaria aderenti a diverse sigle sindacali il 14 ottobre hanno manifestato in piazza del Popolo a Roma. Tra loro Mauro Marruganti, vice segretario nazionale del sindacato Fsp Polizia di Stato: «Stiamo assistendo ad arrivi incontrollati. I clandestini sfuggono a ogni controllo sanitario e non vengono visitati. E spesso siamo noi a farne le spese perché chi lavora in strada rappresenta la prima linea e le aggressioni sono all’ordine del giorno».
Enti e associazioni lanciano da tempo l’allarme, inutilmente. In Italia, a seconda delle stime, ci sono tra 500 e 700 mila stranieri irregolari che sfuggono a controlli e censimenti. Uno studio del giugno 2020 del Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati e dall’Ufficio immigrazione dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani, spiega che «le persone che abbandonano i loro Paesi e i loro affetti sono spesso portatori di sofferenza psichica» e che in «Italia sono in forte aumento le segnalazioni di disagio mentale tra richiedenti asilo e rifugiati». I sintomi: «comportamenti irritabili ed esplosioni di rabbia». Le cause? «Cambiamento di abitudini e stili di vita, shock culturale, allontanamento dalla rete familiare e sociale, disoccupazione, alloggi di fortuna, povertà e discriminazione». Componenti esplosive che possono deflagrare in «sintomi psicologici gravemente invalidanti con ripercussioni sulla salute mentale».
L’International journal of social psychiatry ha appena pubblicato una ricerca che dimostra gli impatti negativi del nostro modello di gestione dell’immigrazione. Secondo lo studio, «i fattori di stress post migratori, come condizioni di vita precarie in sovraffollati centri di accoglienza, hanno effetti negativi sulla salute mentale».
A queste criticità si aggiunge il disturbo post traumatico da stress di cui soffrono coloro – e sono tanti – che nel corso del viaggio hanno subito rapimenti, prigionia, torture e violenza sessuale. «Anche la persona più equilibrata del mondo svilupperebbe atteggiamenti di diffidenza e manie di persecuzione, finché escono i fantasmi e scoppia la tempesta» dice a Panorama Cecilia Pani, coordinatrice del centro Genti di pace della Comunità di Sant’Egidio. Esperienze che lasciano segni indelebili.
Era il maggio del 2013 quando, a Milano, il ghanese Adam Kabobo massacrò a picconate tre passanti e ne ferì altrettanti. «Sento le voci nella mia testa» aveva detto anche lui al magistrato che lo interrogava. Voci che lo tormentavano già quando era stato in carcere, a Foggia, e aveva tentato il suicidio. Ma nessuno ha preso in carico la sua patologia. Peggiorata fino a diventare, recita la sentenza di condanna a vent’anni di carcere, «rabbia verso un mondo che non lo accoglieva». Gli psichiatri del tribunale, nella perizia, avevano scritto che «la condizione di stress derivante dalla lotta per la sopravvivenza ha inciso sulla sua patologia di base».
Anche della schizofrenia paranoide dell’ucraino Oleg Fedchenko non si era accorto nessuno. Il 6 agosto 2010, camminando per le strade di Milano, vide nel volto di una colf di origine filippina «un diavolo enorme» e la massacrò di pugni fino a ucciderla. Per gli psichiatri che su ordine del tribunale, lo visitarono per la prima volta, l’uomo era totalmente incapace di intendere e di volere. Ma non di uccidere.
Di tutte le associazioni caritatevoli e onlus interpellate da Panorama, nessuna, nemmeno tra quelle più importanti e meritorie, ha previsto attività specifiche per il problema. L’unica che va controccorrente è l’associazione Medu, Medici per i diritti umani. Spiega Serena Leoni, coordinatrice di Firenze: «I servizi sociali dei comuni italiani non hanno personale per farsi carico dei migranti con problemi psichici e d’altronde non saprebbero nemmeno come affrontare determinate problematiche».
Non va meglio con i centri di salute mentale delle Asl, di fatto smantellati sul territorio a favore di una psichiatria che si riduce a farmaci e ricoveri, meno impegnativa e più redditizia. «Sono difficoltà che vivono gli italiani con problemi di salute mentale» riflette Leoni «figuriamoci i senza fissa dimora e senza reddito». La sua équipe ha esaminato 81 immigrati in 18 mesi: 43 di questi necessitavano di cure psicologiche, ma solo sei erano seguiti dai servizi delle Asl, nonostante le numerose diagnosi di depressione reattiva e disturbo post traumatico da stress. «Solo facendo rete si può pensare di dare aiuto a chi ne ha bisogno. Serve un coordinamento tra le associazioni, i servizi sociali e le asl. Ma ci vogliono le risorse». Che, in realtà, sembrerebbero non mancare stavolta. L’ufficio del portavoce della Commissione europea dice a Panorama che il nostro ministero dell’Interno ha utilizzato 399 milioni di euro di fondi europei del programma «Asylum, migration and integration fund »per il periodo 2014-2020 «per far fronte alle esigenze di salute fisica e mentale di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale».
Tra i principali obiettivi del progetto, si legge nei suoi dettagli, c’è proprio quello di voler «sostenere le persone con bisogni di salute mentale, attraverso la psicoterapia, l’ammissione a strutture ospedaliere, asili nido e altri servizi pubblici di salute mentale e con corsi di formazione per le persone vulnerabili, al fine di favorire la loro integrazione sociale ed economica nella comunità locale».
Nello specifico, di tutto quel denaro, 8,2 milioni sarebbero dovuti andare all’accoglienza di persone bisognose di sostegno psicologico e 34,5 milioni al sostegno dei servizi psicologici e sanitari. Eppure, come davvero siano stati spesi questi fondi, il ministero dell’Interno, nonostante ripetute richieste, non ha saputo spiegarlo. Con quale risultato, invece, è sotto gli occhi di tutti.