Con impianti di trattamento inadeguati, l’Italia non riesce più a eliminare la spazzatura e ricicla appena metà della raccolta differenziata. Così ne accumuliamo ogni anno 1,7 milioni di tonnellate. Ma in quest’emergenza, aggravatasi col Covid, c’è chi macina profitti enormi grazie a nuove rotte di smaltimento illecito verso Europa dell’Est e Africa.
L’Italia non riesce più a smaltire la propria immondizia. La Cina, nel 2018, ha provocato un terremoto nel fragile equilibrio mondiale dello smaltimento bloccando l’importazione incondizionata di rifiuti. Oltre Muraglia, nel 2017, ne erano arrivate 7,1 milioni tonnellate. L’anno dopo, appena 100 mila. Per l’Italia è stato uno choc. In assenza di qualsiasi politica di riequilibrio, la situazione nel nostro Paese è andata peggiorando. Finché il Covid ha dato il colpo di grazia.
Secondo il rapporto L’Italia del riciclo 2020, redatto dalla Fondazione sviluppo sostenibile con le aziende del settore, «nei mesi della pandemia si è verificata la riduzione degli sbocchi esteri e di quelli nazionali per via delle chiusure e dei rallentamenti doganali. Mentre il blocco o la crisi di alcuni settori produttivi hanno causato un crollo della richiesta di materie prime riciclate». Quei pochi rifiuti che riuscivamo ancora a esportare o a riciclare, insomma, ce li dobbiamo tenere così come sono. Perché, a differenza di altri Paesi europei, i nostri impianti di smaltimento sono insufficienti e inadeguati. I conti li ha fatti Utilitalia, la federazione delle imprese ambientali e energetiche: «Mancano impianti per trattare 5,7 milioni di tonnellate di spazzatura all’anno».
Un deficit destinato ad aumentare, visto che ogni italiano produce in media 500 chili di rifiuti ogni 12 mesi. Per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Europa dovremo costruire, nel Paese che conta più comitati che campanili, oltre 30 tra termovalorizzatori e impianti di compostaggio. Impensabile. Sappiamo già di non poter rispettare le condizioni poste dalla Commissione europea, che prevede di destinare il 37 per cento dei fondi del Green deal, parte del Recovery plan del dopo pandemia, proprio all’economia circolare dei rifiuti. In tale scenario che vede l’Italia trasformarsi in un’immensa discarica c’è però chi ha imparato a orientarsi e realizzare profitti miliardari.
L’odore acre sprigionato dalle colonne di fumo nero che appestano l’aria del villaggio di Bobov Dol, nel Sud-ovest della Bulgaria, non si avverte in Italia. Da noi arrivano solo gli euro che i trafficanti di rifiuti incassano per ogni balla di immondizia che riescono a spedire in quella vecchia centrale elettrica a carbone, oggi trasformata in uno degli inceneritori più inquinanti d’Europa. L’Interpol, la polizia bulgara e i nostri carabinieri fanno di tutto per ostacolare questo mercato nero.
A febbraio 2020 un giudice di Varna, sul mar Nero, era persino riuscito a rispedire ad Avellino 17 vagoni ferroviari con 815 tonnellate di rifiuti pericolosi intercettati dai nostri investigatori nel porto bulgaro. Ma è una lotta impari. L’Interpol, in un rapporto stilato lo scorso ottobre (sulla cui copertina campeggia proprio una discarica abusiva di Roma), ha evidenziato come le reti criminali abbiano infiltrato il commercio dei rifiuti plastici, costituendo una vera «plastica connection». Sulla base dei dati ufficiali forniti dalle forze dell’ordine di 40 Paesi, sono state indicate 257 rotte transnazionali di questo tipo di rifiuti che coinvolgono 64 Paesi importatori e 57 Paesi esportatori. Italia inclusa. I trafficanti, disturbati dalle inchieste giudiziarie, hanno infatti smesso di dar fuoco ai capannoni riempiti di immondizia e scarti industriali che avevano trasformato la Lombardia in una «terra dei fuochi» (22 roghi nel 2018) e acceso le discariche del Paese con 262 incendi censiti dalla Direzione investigativa antimafia nel 2019.
E hanno aperto nuove direttrici per far viaggiare i rifiuti, ora smaltiti illegalmente in Europa dell’Est e in Africa. Oggi le ecoballe viaggiano sui vagoni ferroviari, su camion e furgoni o a bordo di navi portacontainer. Secondo l’ultimo rapporto ecomafie di Legambiente, i rifiuti illeciti sequestrati sono pari a una colonna di 95 mila tir lunga 1.293 chilometri. Una percentuale minima rispetto al totale. «C’è stata un’evoluzione del fenomeno del traffico illecito di immondizia, da nazionale a transnazionale» conferma a Panorama il colonnello Massimiliano Corsano, comandante per il Nord Italia del Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. «Resiste il fenomeno dell’abbandono di rifiuti in capannoni dimessi. A novembre sono state sequestrate sette aziende operanti nel trattamento della spazzatura, nove capannoni industriali e numerosi automezzi per traffico e gestione illeciti di rifiuti e realizzazione di discariche abusive, soprattutto in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia».
In queste operazioni sono stati denunciati 300 imprenditori, soprattutto cinesi di Prato, che si liberavano illecitamente degli scarti delle loro produzioni tessili, e intermediari campani che invece smaltivano plastica illegalmente. Ma anche i capannoni sono al limite. «Così» spiega Corsano «le filiere criminali oggi puntano all’estero, soprattutto Bulgaria, Romania e Polonia, dove è più basso il costo della manodopera, il quadro normativo di riferimento è meno vincolante e spesso la risposta di contrasto delle autorità è meno efficace». Per questo il Noe dei carabinieri ha attivato protocolli operativi con le polizie degli Stati dove vengono destinati i nostri scarti. L’altra rotta clandestina porta in Africa – in particolare in Ghana, Nigeria – Senegal, Togo e Burkina Faso. In questo caso i rifiuti viaggiano su navi portacontainer che salpano dai nostri porti.
A novembre un carico di 33 tonnellate, catalogato come «rifiuto speciale e pericoloso» (pneumatici, batterie, plastiche), sono state sequestrate nel porto di Savona dall’Agenzia delle dogane e dalla Guardia di finanza. «Erano occultate in furgoni caricati su bisarche» racconta Maurizio Gallucci, direttore dell’Ufficio delle dogane di Genova. «Gli autisti erano corrieri che facevano vari viaggi all’anno. L’ipotesi della Procura di Savona è che esista una rete criminale internazionale con varie specializzazioni. Dal 2018 gli illeciti scoperti nel porto di Genova sono raddoppiati e i rifiuti bloccati in dogana più che triplicati, oltre le 400 tonnellate».
D’altronde l’immondizia, a seconda dei punti di vista, rappresenta un costo o una ricchezza. Smaltirne una tonnellata secondo le norme costa fino a 400 euro. Gli intermediari disonesti propongono a industrie e persino alle aziende municipalizzate della raccolta di occuparsene per 120 euro a tonnellata. La differenza rappresenta un forte risparmio per gli imprenditori, che fingono di avere la coscienza pulita ben sapendo che i loro scarti finiranno in capannoni abbandonati o all’estero. La burocrazia, da parte sua, rende difficile il rispetto della legge.
Così la pensa Angelo Merlin, già docente di Diritto ambientale all’Università Cà Foscari e avvocato di diritto penale dell’ambiente. «Le leggi vigenti esasperano chi vuole rispettare le regole. C’è eccessiva penalizzazione di comportamenti, magari colposi, sulla tracciabilità dei rifiuti, ancora stilata a mano su carta. Lo stesso vale per la classificazione degli scarti. Le riforme annunciate dal governo mancano dei decreti attuativi che le rendano operative e, nell’incertezza, i furbi ne approfittano».
Giriamo le critiche al ministero dell’Ambiente, che risponde ammettendo che, sulla tracciabilità dei rifiuti, «la normativa era di difficile ricostruzione a causa del sovrapporsi caotico di diversi provvedimenti normativi», ma «è stata riscritta». Però «la realizzazione del nuovo sistema di tracciabilità sarà effettuata solo all’esito di una sperimentazione con gli utenti del sistema».
Nel frattempo è arrivato il rapporto Rifiuti urbani 2020 dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Un’altra doccia fredda. I rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2019 ammontano a 30 milioni di tonnellate. In teoria dovrebbero essere i più facili da trattare perché la raccolta differenziata, per cui paghiamo in media 175 euro pro capite all’anno, è arrivata al 61 per cento di media nazionale (pari a 18,5 milioni di tonnellate), con picchi virtuosi fino all’87 per cento di città come Treviso.
Peccato che la stessa Ispra riveli come solo metà della differenziata di organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno venga avviata al riciclo. Mentre delle 130 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, come quelli ricavati dallo spazzamento delle strade o dai cantieri, nessuno sa che cosa farsene. «C’è un problema strutturale e di mercato» riflette il colonnello Corsano «dove si creano spazi per una risposta illecita». L’unica che finora siamo stati in grado di dare all’emergenza immondizia.