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Nucleare, missione 2030

Nucleare, missione 2030

Le «rinnovabili» non sono sufficienti a garantire futuro dell’Italia. Ecco che l’opzione dell’atomo diventa percorribile anche nel solo Paese europeo che finora l’ha esclusa. La disponibilità dei mini-reattori si può ipotizzare entro il decennio.


Si susseguono convegni sul tema, la maggioranza compatta più settori sparsi dell’opposizione rema nella stessa direzione, l’emergenza bollette conseguenza della guerra in Ucraina ha fatto emergere la necessità collettiva di rafforzare il mix energetico ed evitare le dipendenze, e un sindacato, l’Ugl, ha fatto di recente una sorta di mea culpa ponendo l’argomento, prima tabù, al centro del suo programma. Ecco, se vogliamo, al di là delle iniziative legislative che pur ci sono, la vera novità degli ultimi anni è data dal clima diverso che si respira nel Paese rispetto al nucleare. Fino a non molti mesi fa al solo parlarne i fantasmi di Fukushima (l’incidente del 2011 nella centrale giapponese dovuto a un terremoto e a un maremoto) avrebbero sommerso qualsiasi discussione, oggi invece c’è una consapevolezza abbastanza diffusa: per quanta potenza rinnovabile si possa installare, non potrà sostituire le fonti fossili. Insomma, non c’è battaglia più ambientalista di quella «nuclearista». Così, pur restando le preoccupazioni per i rischi, emerge con crescente forza che grazie alle recenti tecnologie e ai reattori di nuova generazione i pericoli si stanno sempre più circoscrivendo e che non bisogna mai dimenticare che l’Italia è l’unico Paese nel G8 senza energia nucleare, che nell’Unione europea sono funzionanti ben 128 centrali e che 58 di queste sono in Francia ed alcune sono state costruite a pochi chilometri dai nostri confini.

«Il centrodestra» sottolinea a Panorama il responsabile energia di Forza Italia Luca Squeri, «ha messo nero su bianco nel suo programma la creazione di impianti nucleari e sta percorrendo i primi passi che vanno in questa direzione. Promettere di raggiungere l’obiettivo entro questa legislatura sarebbe una bugia, pensare però che i primi mini-reattori possano entrare in funzione dal 2030 e le prime centrali dal 2035 è ottimistico, certo, ma realistico. Intanto l’argomento è stato riproposto all’opinione pubblica e questo mi sembra già un grande risultato. C’è sempre più la consapevolezza che un singolo incidente che può anche capitare nell’altra parte del mondo non bloccherà il processo». Sono stati stanziati 135 milioni di euro ed è stato affidato all’Enea (l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie) la funzione di coordinare i tavoli per individuare le linee guida del lavoro che andrà fatto nei prossimi anni. Partecipano scienziati, politici e rappresentanti del mondo dell’industria. Insomma, una sorta di analisi che prepara il terreno. Intanto il governo ha pubblicato l’elenco dei siti idonei come deposito nucleare. Un obbligo imposto dai trattati internazionali. «È un aspetto essenziale» continua Squeri, «perché noi già produciamo del materiale radioattivo (si pensi solo alla diagnostica medica) che deve essere smaltito e perché sarà un primo test rispetto alle scontate proteste ambientaliste e ai ricorsi al Tar che si succederanno. Il punto è semplice: in Italia abbiamo adesso una ventina di siti sparsi in giro per il Paese, non è preferibile crearne uno più strutturato e che possa fare da centro aggregatore?».

L’elenco di possibili luoghi è stato stilato dalla società pubblica Sogin – 51 aree tra Piemonte, Sardegna, Puglia, Basilicata, Lazio (ce ne sono 21) e Sicilia – e il governo, teoricamente entro la fine dell’anno, dovrà decidere dove procedere. Quindi andrà ricostituita l’authority per la sicurezza nucleare che avrà il compito di autorizzare e certificare gli impianti. Serve una decisione politica: la strada più breve è quella di allargare le competenze dell’Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare) che oggi ha solo la gestione dei rifiuti. «Una volta individuato il deposito nazionale e ricostituita l’authority, chiunque sarà nelle condizioni di chiedere l’autorizzazione a installare dei mini-reattori o aprire un impianto. Possibile che già nel 2025 si arrivi a una norma di riordino del sistema nucleare e che a quel punto venga proposto a stretto giro un referendum che ne pretenda l’abrogazione, così come successe nel 1987 quando però, è bene ricordarlo, si votò sotto l’effetto dell’onda emotiva di quanto successo a Chernobyl l’anno prima».

Più preoccupato per la gestione politica è Davide Tabarelli, il fondatore di Nomisma Energia. «È paradossale» evidenzia, «che nessuno ricordi come l’Italia sia già un Paese fortemente esposto dal punto di vista energetico sul nucleare. A oggi il 17 per cento dei nostri consumi è soddisfatto dall’estero, soprattutto dalla Francia. La domanda da porsi è cosa potrebbe succedere se dovessero verificarsi dei problemi oltre il confine?». E continua: «Che ci sia interesse per questo tema si evince anche dal fatto che qualcuno si stia muovendo per capire se esistano margini per la partecipazione italiana ai lavori sulla centrale nucleare slovena di Krško, a 200 chilometri da Trieste, o per costruirne un’altra in Francia. Di certo, soprattutto tra i giovani c’è maggiore consapevolezza, la recente crisi energetica ha fatto aprire gli occhi a molti, la stragrande maggioranza degli studenti interessati al tema è cosciente che da sole le rinnovabili non bastano. Insomma che serve un mix energetico con l’utilizzo del nucleare».

Del resto se la discussione si impantana sul piano ideologico non se ne esce, se invece si fanno parlare i numeri tutto diventa chiaro. Quello che sta cercando di fare il professore di tecnica ed economia dell’Energia e di impianti nucleari all’Università di Padova Giuseppe Zollino. «Partiamo da un presupposto» spiega il responsabile Energia e ambiente di Azione, «un progetto che preveda di riportare il nucleare in Italia non potrà mai essere concluso nell’arco di una legislatura, ne serviranno almeno due-tre, quindi si deve allargare il consenso politico, ben sapendo però che non si potrà mai avere il 100 per cento dei giudizi favorevoli e che soprattutto non possiamo farci bloccare dal 25-30 per cento di essi, quindi da una minoranza, che la pensa diversamente».

I numeri dicevamo. Quelli condivisi scaturiscono dal provvedimento strategico per la decarbonizzazione elaborato dal governo giallorosso, Pd e Cinque stelle, tra i partiti più scettici sul nucleare. L’allora ministro dell’Ambiente Sergio Costa evidenziava che per eliminare le emissione nocive entro il 2050 servirà molta più energia elettrica. Quanta? Fino a 700 terawattora, mentre oggi ne produciamo 300. Quindi avremo un fabbisogno più che doppio da soddisfare senza usare combustibili fossili. Com’è possibile? «Ogni Paese ha caratteristiche diverse» continua Zollino. «Faccio l’esempio del Regno Unito che per conformazione geografica ha la possibilità di sfruttare molto di più l’eolico, che rispetto al solare ha il vantaggio di una produzione più regolare. Ecco, nonostante il piano inglese preveda che al 2050 siano prodotti 500 terawattora da eolico, il mix energetico include anche il nucleare. Quanto? Almeno 18 gigawatt, pari alla produzione di 18 reattori della taglia di Caorso, dovranno arrivare dal nucleare. Ecco, se pensiamo che il nostro potenziale eolico è assolutamente inferiore a quello inglese e che il solare è molto più discontinuo, diventa logico dedurne che decarbonizzare l’Italia senza l’atomo è irrealistico».

C’è anche un problema di spazi. Nel Regno Unito le pale eoliche sono ben allocate nei fondali marini e lavorano giorno e notte, in media per cinquemila ore all’anno. In Italia se pensiamo alle piattaforme galleggianti, più costose e complesse, arrivare a 2.600-3.000 ore sarebbe già un risultato, con alti costi. Insomma, un mix senza nucleare comporterebbe maggiori costi dell’energia (anche per la maggior quota di sistemi di accumulo necessari) sia per i cittadini sia per le imprese, a tutto svantaggio del nostro sistema imprenditoriale.

Ma quanta energia da nucleare potrebbe essere necessaria in Italia? «Con queste centrali» conclude Zollino, «dovremmo produrre tra il 45 e il 50 per cento del nostro fabbisogno elettrico e per questo occorrerebbe installare circa 35 gigawatt, poco meno della metà delle nostre necessità. Servirebbero quindi sette-otto centrali multi-reattore in aree non sismiche e vicino al mare o a un fiume. Il problema del corretto mix energetico a basse emissioni di CO2 è di tutta l’Unione. Le scelte miopi degli ultimi anni l’hanno portata a spendere oltre mille miliardi di euro per incentivare solare ed eolico, attraendo la quasi totalità degli investimenti. Risultati? Grazie a queste scelte sappiamo che in Francia, dove c’è un mix energetico con una forte presenza di nucleare, per ogni kilowattora prodotto si emettono 45 grammi di CO2, mentre in Germania, dove si è puntato fortissimo su eolico e solare, per ogni kilowattora ne vengono emessi 425 grammi. Nove volte in più. Un bel risultato».

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