Home » Abbonati » Inchieste » Il Papa è nero

Il Papa è nero

Il Papa è nero

Jorge Mario Bergoglio è alle prese con una tempesta interna alla Chiesa. Il rischio, sempre più concreto, è quello di due scismi: dei tradizionalisti americani e dei progressisti tedeschi. I primi stanno spingendo per non dare l’eucarestia al presidente «abortista» Joe Biden, i secondi invece vogliono modernizzare la dottrina. Per questo la Santa Sede rilancia con la denuncia del Ddl Zan, mentre spunta anche la questione dei gesuiti.


Con Niccolò Macchiavelli ripetiamo: «Tutti li tempi tornano e gli uomini sono sempre i medesimi». Era il 1977 e il 21 giugno sul Corriere della sera Indro Montanelli scriveva: «Dio non è un maschio, assicura alle femministe Civiltà Cattolica, l’autorevole rivista dei gesuiti, scusandosi delle tracce di antifemminismo nella Chiesa. Brutto segno quando i teologi si mettono a discutere di sesso. Fu mentre i bizantini si accapigliavano su quello degli angeli che arrivarono i turchi».

Chi sono i turchi di adesso? Jorge Mario Bergoglio li teme? Una cosa è sicura: la Chiesa è ossessionata dalle questioni sessuali, dal denaro e dalle divisioni. Il pontificato di Francesco è minacciato da due scismi di segno opposto: quello dei vescovi americani decisi a porre la questione della comunione da non somministrare al presidente Joe Biden e alla speaker della Camera Nancy Pelosi che si dichiarano cattolici, ma propugnano l’aborto; quello tedesco che invece corre verso un abbraccio con i protestanti e vuole i sacerdoti sposati, i matrimoni gay, le donne prete.

Bergoglio ha respinto le dimissioni di Reinhard Marx, il potentissimo cardinale tedesco che è presidente del Consiglio dell’economia e controlla la finanza vaticana, da vescovo di Monaco, ma solo per tentare di gestire la fuga in avanti della gerarchia germanica, dilaniata da un contrasto ormai insanabile tra i progressisti capitanati da Marx e la pattuglia dei tradizionalisti di matrice ratzingeriana che si riconoscono in Gerhard Müller.

Il Papa deve fronteggiare la più pesante crisi economica che mai si sia avvertita oltre le mura leonine (ha tagliato gli stipendi facendo arrabbiare tutti), è alle prese con la pedofilia dilagante che utilizza come arma contro i dissidenti: lo ha fatto con George Pell, il cardinale australiano che doveva sistemare le finanze, cacciato e poi riabilitato dopo che le accuse sono cadute ma non reincaricato; e lo sta facendo col cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, primo avversario di Marx, che con l’inazione sugli abusi aveva motivato le sue dimissioni di facciata. Ha poi un’ossessione per gli scandali finanziari di cui resta emblematico il pasticciaccio brutto del palazzo di Sloane Avenue.

Da questo mare in tempesta sono uscite come Meduse due prese di posizione che hanno spiazzato i molti che tifano per il Bergoglio progressista e pauperista. La prima è la bordata contro il Ddl Zan che per la Curia minaccia i Patti Lateranensi; la seconda è la riabilitazione della messa tridentina. Si tratta di una questione teologica, ma sposta la Chiesa su posizioni vicine a quelle del Papa emerito Joseph Ratzinger. Molti non si spiegano questo cambiamneto d’opionione repentino di Francesco, qualcuno ipotizza che ci sia una rivolta contro di lui.

La posta in gioco è altra e più alta, però un elemento di frattura c’è e riporta al passato. Potrebbe essere che il primo Papa gesuita della storia paghi, dopo otto anni di pontificato, questa sua appartenenza. È sicuro che Francesco è un Papa molto nero (appellativo che si dà al Generale dei gesuiti), perché il suo orizzonte si è fatto oscuro. Sembrano tornati i tempi di Clemente XIV, francescano conventuale che sciolse la Compagnia perché non piaceva ai potenti e si era un po’ troppo allargata tra affari, scandali e sospetti d’eresia.

Bergoglio è il primo Papa gesuita e il suo pensiero e le sue azioni sono guidate dai gesuiti: Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è il suggeritore politico; Juan Antonio Guerrero Alves è l’uomo dei conti che tiene in mano tutta la finanza del Papa; Michael Czerny, cardinale canadese, guida le politiche sui migranti; Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Papa, è il solo che disponga di un tesoretto riservatissimo; e poi c’è il vero Papa Nero, cioè il Generale dei gesuiti Arturo Sosa Abascal che tra l’altro ha fatto diventare la casa generalizia un ostello per i senzatetto; Abascal è il suggeritore teologico di Bergoglio che ascolta molto anche James Martin, consultore per la comunicazione, il portavoce della chiesa arcobaleno in cammino verso gli Lgbt, e Roger Lenaers, gesuita belga, che in un recentissimo libro ha affermato: «Va demitizzata la resurrezione di Cristo: non attiene al corpo del Nazareno, ma al suo essere vivo comunque fra gli uomini».

Gesuita è anche il nuovo vescovo di Hong Kong – Stephen Chow – perché i gesuiti (da padre Matteo Ricci, cioé dal Cinquecento in poi) sono i propugnatori della svolta cinese, della Chiesa de-occidentalizzata che va verso le periferie del mondo. Anche se alla fine di maggio nella provincia di Xinxiang sono stati arrestati il vescovo Zhang Weizu, sette sacerdoti e dieci seminaristi. Un acuto osservatore di cose papali dietro lo pseudonimo di Ludovicus sul sito del vaticanista Aldo Maria Valli chiosa: «È paradossale che tutto ciò che questo papato post-conciliare può proporre sia una missione gesuitica su scala planetaria, sotto il cielo grigio del paradiso socialista».

È da qui che origina la bocciatura del ddl Zan. Gli italiani sono convinti che la questione posta dal Vaticano sui Patti Lateranensi incrinati da alcune norme della legge sull’omotransfobia sia faccenda che ha il suo epicentro a Roma. C’è chi come padre Alberto Maggi, il confessore dei gay, la legge così: «Sembra un dispetto della Curia contro il Papa»; e chi s’interroga sulla Chiesa rimasta oscurantista. In realtà la posta in gioco per Bergoglio è molto più alta. È l’assetto mondiale della Chiesa di cui lui forse ha perso il controllo. L’assalto al ddl Zan è un messaggio ai vescovi americani ai quali si mostra che esistono ancora per la Chiesa princìpi non negoziabili.

Francesco vuole evitare in tutti i modi la «scomunica» di Biden, di cui ha un disperato bisogno, anche se il Papa non perde occasione per condannare il capitalismo; ma José Horacio Gómez, vescovo di Los Angeles che Bergoglio si rifiuta di creare cardinale, è stato chiarissimo: la Chiesa americana è compatta nel procedere con un documento che riafferma la centralità dell’eucarestia, il no all’aborto. Del pari Francesco aveva bisogno di lanciare un segnale ai tedeschi: andate avanti, ma con cautela.
Che la «faccenda Zan» sia funzionale a evitare a Bergoglio di perdere il controllo della Chiesa e sia un messaggio per gli americani lo dimostrano tre fatti. Il primo che ad agire è stata la Segreteria di Stato e non la Conferenza episcopale italiana anche se il cardinale Gualtiero Bassetti, sollecitato moltissimo, più volte ha chiesto aggiustamenti del testo sull’omotransfobia.
Ma a porre la questione è Paul Richard Gallegher, il ministro degli esteri del Papa, che sfida l’Italia su norme di valore costituzionale. Non era mai successo prima, ma non era neanche mai successo prima che un Pontefice fosse esposto a così tanti stress: dalla contestazione interna alla minaccia degli scismi.

Il secondo evento è che ad approvare la posizione sul Ddl Zan è intervenuto Kevin Joseph Farrell, non un cardinale qualsiasi. È stato l’allievo di quel McCarrick ridotto allo stato laicale tardivamente nonostante abbia speso una vita in abusi, è il cardinale più ascoltato dai progressisti cattolici americani, è il prefetto per i laici e la famiglia ed è un ventriloquo di Bergoglio. A costo di sfidare la contraddizione evidente di un pontificato che con Francesco dice ai gay «chi sono io per giudicare?» e poi rivendica libertà di confessione sul Ddl Zan, Farrell ha parlato di iniziativa tesa a difendere principi non negoziabili. Ma non lo diceva ai parlamentari italiani, lo mandava a dire ai vescovi americani.

Bergoglio ha bisogno di Biden come scudo per continuare la sua espansione in Cina (gli arresti non lo lasciano tranquillo), per accreditarsi nel mainstream globale e raccogliere denari. Del pari, ed è il terzo evento, ha bisogno di dire ai tedeschi: se vogliamo cambiare la Chiesa dovete avere un po’ di pazienza, se fate lo scisma perdiamo tutto. In queste continue contraddizioni del Papa gesuita la Curia pensa sia necessario rimettere la barra al centro. La dimostrazione? A muoversi è la Segreteria di Stato, il dicastero che Bergoglio ha più mortificato. Così qualcuno giura di aver intravisto sotto il porticato del Bernini una strana figura: il profilo di Clemente XIV.

© Riproduzione Riservata