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Le ragioni dei dazi. Come capire le sanzioni di Trump al via il 2 aprile

Le ragioni dei dazi. Come capire le sanzioni di Trump al via il 2 aprile

Le scelte del presidente sembrano ispirate all’Accordo di Mar-a-Lago: svalutare il dollaro pur mantenendo la sua centralità globale. Sanzioni e ombrello Nato servono a convincere Bruxelles a collaborare

Una certa vulgata non fa che ripetere che, sulla questione dei dazi, Donald Trump starebbe procedendo più o meno a tentoni, senza un disegno o una strategia precisa. In realtà, l’idea di un presidente americano che si muoverebbe sulla base di istinti umorali appare piuttosto inverosimile. E infatti dietro le politiche tariffarie della Casa Bianca potrebbe celarsi una logica molto più complessa di quanto sembri a prima vista.

A venirci in aiuto, potrebbe essere uno studio, pubblicato a novembre dell’anno scorso da Stephen Miran: economista assai vicino a Trump e da lui messo a capo del Council of economic advisers. Attenzione: il paper di Miran non è stato adottato ufficialmente dall’attuale amministrazione statunitense. Tuttavia, secondo i beninformati, sarebbe, almeno in parte, alla base della linea del presidente sulle tariffe. Il piano è stato significativamente battezzato «Accordo di Mar-a-Lago». Il riferimento non è solo alla villa di Trump in Florida ma anche all’Accordo del Plaza: un’intesa che l’amministrazione Reagan raggiunse, nel 1985, con Francia, Giappone, Regno Unito e Germania dell’Ovest, per attuare una svalutazione coordinata del dollaro. E proprio dal dollaro dobbiamo partire. Se Trump avesse realmente adottato il piano di Miran, il suo obiettivo sarebbe duplice.

In primo luogo, il presidente avrebbe intenzione di spingere (se non costringere) i principali creditori e partner commerciali degli Stati Uniti (Ue e Cina in testa) ad attuare una politica coordinata volta a indebolire il biglietto verde. Un simile obiettivo, agli occhi di Trump, sarebbe necessario per rilanciare il settore manifatturiero statunitense in determinate aree (anche elettoralmente) strategiche, a partire dalla Rust belt. Nell’ambito di questo disegno, l’idea sarebbe quella di portare i creditori a scambiare i titoli di Stato americani, detenuti dalle loro Banche centrali, con obbligazioni senza cedola e dalla scadenza lunghissima (fino a 100 anni).

È evidentemente tutto da dimostrare che i partner degli Stati Uniti accetterebbero di buon grado la richiesta della Casa Bianca. Ed ecco che entrerebbero allora in gioco due strumenti di coercizione da parte di Trump: non solo i dazi ma anche la minaccia di espellere gli alleati riottosi dall’ombrello militare americano (una leva, quest’ultima, che il presidente userebbe fondamentalmente con gli europei). Ricordiamo che, appena l’altro ieri, Trump ha detto di essere disponibile a stipulare intese con quei Paesi che vogliono evitare le tariffe. Ma non è tutto. Sì, perché, oltre alla svalutazione, l’accordo di Mar-a-Lago prevedrebbe, al contempo, la salvaguardia del predominio internazionale del dollaro. Anche in questo caso, i dazi svolgerebbero un ruolo. Il 30 gennaio scorso, Trump ha dichiarato che avrebbe colpito i Brics con tariffe del 100%, qualora questi ultimi avessero cercato di creare una valuta alternativa al biglietto verde.

Certo, vari economisti fanno notare che non è affatto semplice tenere assieme indebolimento e predominio del dollaro. Inoltre, come sottolineato da MarketWatch, «il costringere i partner statunitensi a un accordo, che avvantaggia principalmente Washington e l’economia americana, potrebbe motivarli ad accelerare la ricerca di un sostituto del dollaro». Quello che però qui ci interessa è capire la logica sulla cui base Trump potrebbe muoversi. Non è del resto un mistero che, per lui, il settore manifatturiero americano abbia una duplice valenza. La prima è quella socioeconomica e riguarda la difesa dei colletti blu della Rust belt. Non a caso, quando il presidente ha annunciato i dazi alle auto, l’Uaw, il sindacato dei metalmeccanici con sede in Michigan, ha dato il suo appoggio al provvedimento: quella stessa Uaw che, nel 2024, aveva conferito il proprio endorsement a Kamala Harris. Dall’altra parte, per Trump, il settore manifatturiero è strettamente collegato a esigenze di sicurezza nazionale, soprattutto per quanto riguarda la competizione geopolitica di Washington con Pechino. Il presidente americano non tollera che, soprattutto in alcuni comparti industriali strategici, gli Usa possano dipendere eccessivamente dall’estero. È questo quindi, per esempio, il senso dei dazi americani all’import di acciaio e alluminio, decretati due settimane fa.

È allora tutto da dimostrare che Trump apprezzerà Rearm Europe, da poco ribattezzato Readiness 2030. Il presidente americano, è noto, vuole spingere gli alleati europei a contribuire maggiormente alle spese della Nato. Tuttavia, il piano della Commissione Ue prevede che «gli Stati membri devono acquistare prodotti idonei da entità stabilite e con sede nell’Ue, negli Stati Eea/Efta e in Ucraina». «Per i materiali di consumo bellici (prodotti non complessi), gli Stati membri dovranno garantire che i componenti che rappresentano il 65% dei costi del prodotto finale provengano da Unione/Paesi Eea-Efta/Ucraina», viene inoltre precisato. Data l’attenzione strategica da lui riservata all’industria statunitense, difficilmente l’inquilino della Casa Bianca vedrà di buon occhio la clausola del «buy european», che è stata caldeggiata soprattutto dalla Francia. Del resto, come abbiamo visto, Trump potrebbe cercare di costringere gli europei a lavorare di concerto per indebolire il dollaro, ricorrendo alla minaccia di espellerli dall’ombrello militare americano. Economia e sicurezza nazionale, per la Casa Bianca, sono, insomma, due dossier totalmente inscindibili.

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