Baraccopoli che vai, aria che trovi. Sempre la stessa: densa di odori mescolati. Gomma bruciata, cibo fritto o speziato, rifiuti stagnanti. Lamiere arrugginite, pezzi di plastica e vecchi teloni diventano un tetto. Le strade sono dei labirinti. Di fango quando piove e di polvere soffocante quando batte il sole. Il luogo ideale in cui un disperato, un clandestino o un latitante può trovare un rifugio. La legalità resta fuori.
Roma delle baraccopoli è la capitale: se ne contano 340. Con un record, detenuto dal Primo Municipio, il cuore del potere e della storia, dove ne ne sono state censite 125. Dodici nella zona di Prati, a pochi passi dal Vaticano e dalle boutique del lusso. Basta girare l’angolo, superare la facciata ben curata, per ritrovarsi in un mondo di cartone e lamiera. Dove l’elettricità si ruba con un cavo attaccato ai lampioni. E dove a ogni passaggio della polizia scatta un allarme. In zona Tor de’ Schiavi c’era un latitante. L’hanno beccato per caso, mentre si indagava su un maltrattamento tra le mura domestiche di una baracca. Serbo, con una sfilza di reati commessi in Croazia. Per dieci anni era riuscito a mimetizzarsi tra i rom dell’accampamento. Che poi è uno dei 44 insediamenti formali italiani. Secondo l’Associazione 21 luglio ci sarebbero ancora circa seimila rom in questi campi. Mentre 4.450 sinti riempirebbero le 61 macro aree sparse per la Penisola. Vi si riconoscono roulotte e macchine di lusso.
In Calabria le inchieste raccontano gli intrecci con la ’ndrangheta. Con i rom che sarebbero riusciti a sedersi alla tavola imbandita dei clan dallaSibaritide al Lametino, fino alla Piana di Gioia Tauro. Qui c’è anche la vergogna di San Ferdinando (Rosarno). La tendopoli è stata smantellata più volte ma è sempre rinata, ancora più grande, ancora più miserabile. Qui vivono i fantasmi della raccolta delle arance: un numero imprecisato (per alcuni sono 500, per altri migliaia) di braccianti africani, sfruttati nei campi di giorno e stipati in baracche di plastica di notte. La cronaca se ne accorge quando qualche insediamento va a fuoco e i cronisti locali di «nera» devono riempire le colonne con le storie del migrante di turno morto carbonizzato. La memoria della rivolta del 2010, con la conseguente caccia u niguru («caccia al negro») fomentata da parte della ’ndrangheta, riecheggia inutilmente in questa polveriera.
La morte si accompagna a questi regni di precarietà e illegalità. A Latina, nella baraccopoli di via dei Volsci, in un boschetto non lontano dal centro della città, qualche mese fa è stato trovato un cadavere. Era un romeno di quasi 50 anni, che aveva cercato rifugio tra i suoi connazionali nell’insediamento abusivo in cui è stato assassinato. A Milano la storia non cambia. In via Pestagalli, a due passi dal quartiere di Corvetto, di baraccopoli se ne trova una nuova. Una ferita aperta nella metropoli scintillante, dove decine di famiglie rom si accalcano con i bambini che giocano tra topi e rifiuti. Presto verrà sgomberata. Ma questi insediamenti, demoliti di giorno, risorgono di notte. E poi non è l’unica. Tra via Bonfadini e l’Ortomercato esistono vetusti insediamenti abusivi che sfuggono a qualsiasi controllo.
In Municipio parlano di «rigenerazione urbana» e di case popolari da assegnare a chi vive in quel ghetto, ma che un attimo dopo vengono subaffittate ad altri nomadi. Però è il campo di via Chiesa Rossa a preoccupare in modo particolare. Qui, a metà febbraio, deve essersi consumata una faida. I carabinieri hanno trovato bossoli sparsi nel cortile, fioriere rovesciate e diverse macchie di sangue. Stando agli occupanti del campo, quattro uomini incappucciati avrebbero tentato una rapina per poi scappare a bordo di una station wagon scura. L’auto, però, dall’analisi delle telecamere, non risulta essere entrata nella strada che conduce al campo nomadi. Gli inquirenti sospettano che si tratti di un diversivo da dare in pasto alle autorità per nascondere qualcosa di molto più grave.
È nell’area metropolitana di Napoli, però, che si registra la più alta concentrazione di rom in emergenza abitativa. Con circa 3.290 persone, pari allo 0,11 per cento della popolazione locale, sette insediamenti formali sono distribuiti tra Napoli, Afragola, Casoria, Caivano e Giugliano, mentre 12 insediamenti informali si trovano tra Napoli e Giugliano. Proprio a Giugliano il proprietario di un vigneto è stato sfrattato perché l’area occupata dal campo abusivo si è man mano allargata. Finché dopo la morte di una bimba di sette anni, folgorata da una scarica elettrica partita da una condotta di cavi improvvisata per l’approvvigionamento abusivo di energia, si è visto pure notificare un’ordinanza che gli intimava di abbattere le opere illecite costruite dagli occupanti, nel frattempo diventati circa 1.200. Queste comunità, composte da cittadini romeni e originari della ex Jugoslavia, sopravvivono in condizioni di precarietà. E di gravi illeciti. Solo un mese fa un clochard è stato arrestato con l’accusa di aver violentato una ragazza nella baraccopoli a due passi dall’ex mercato ittico di Napoli. Mentre un latitante è stato scovato nel cuore del campo rom di Giugliano. A fine dicembre, invece, si è scoperto che un pluripregiudicato di etnia sinti aveva scelto come nascondiglio il campo nomadi di viale Marconi a Prato. Era evaso da Lido di Camaiore, vicino a Viareggio, dov’era ai domiciliari per aver rapinato un’armeria in Emilia-Romagna, portando via armi e munizioni.
In Sicilia, a Messina, c’è l’insediamento più antico. Risale al 1908. Qui negli ultimi tempi, anche se occupano ancora 680 mila metri quadrati (quasi come 137 campi da calcio), si sono fatti dei passi in avanti. In cinque anni i campi sono diminuiti da 80 a 65. E si stima che lì vivano ancora 1.600 famiglie, almeno quattromila persone. Ogni volta che una manciata di abitanti viene sistemata in case vere, alcuni tuguri vengono abbattuto. Poi, però, c’è stato uno stop improvviso: il presidente della Regione Renato Schifani si è visto costretto a revocare l’incarico a Marcello Scurria, l’uomo che avrebbe dovuto portare a termine l’ardua impresa. E poco dopo ha nominato al suo posto un ingegnere, Santi Trovato, che dovrà completare la bonifica.
E poi c’è la Puglia, con il ghetto di Borgo Mezzanone, alle porte di Foggia, che ufficialmente ospita mille persone. Anche qui si ammassano i braccianti, prede del caporalato. Si litiga per un po’ di corrente elettrica o per una bottiglietta d’acqua e spesso scoppiano risse e rivolte. Un girone dantesco in cui anche la polizia fa fatica a entrare. A Lecce, invece, il campo rom Panareo stava per diventare un vivaio per la marijuana. La polizia ha sequestrato 884 involucri destinati alla piantumazione, mentre altri 450 avevano già prodotto delle piantine. Una situazione, quella delle baraccopoli d’Italia, che in effetti è stupefacente.