Importante indiscrezione, da prendere con le dovute distanze ma certamente impossibile da ignorare e,
soprattutto foriera di possibili conseguenze. Secondo una fonte Usa vicina al presidente Donald Trump,
persona definita “inviato speciale degli Stati Uniti in Italia” starebbe proponendo agli States di entrare a
far parte del programma per il nuovo velivolo da caccia Gcap, insieme con Regno Unito, Italia e
Giappone.
A rivelarlo un lancio della testata Defence News secondo la quale la proposta sarebbe stata
messa sul tavolo da Paolo Zampolli, ex direttore di un’agenzia di modelle di New York, colui che ha
presentato il presidente Trump a sua moglie Melania nel 1998, lavorando poi per un periodo come
responsabile immobiliare per il Tycoon.
Il giornalista Tom Kington, di Defence News, specifica che in
un’intervista pubblicata il 22 febbraio sul quotidiano italiano Il Giornale, Zampolli avrebbe detto di essere
stato nominato da Trump come suo inviato speciale in Italia. Ebbene, sempre secondo quanto riportato, la
scorsa settimana Zampolli sarebbe rientrato in Italia e avrebbe incontrato alcuni alti funzionari governativi
tra i quali il vice primo ministro italiano Matteo Salvini. Non abbiamo modo di verificare questa notizia,
tuttavia dopo l’incontro Salvini ha scritto sul social “X” di aver avuto un incontro cordiale e costruttivo al
ministero con Paolo Zampolli, inviato speciale in Italia scelto da Donald Trump”. Aggiungendo: “È stata
un’occasione per confermare gli ottimi rapporti con la nuova amministrazione statunitense e rafforzare i
legami economici e commerciali tra i due paesi”. Inoltre, durante un’intervista in prima serata alla Tv
italiana – Cinque minuti di Bruno Vespa – Zampolli dichiarò che quale inviato speciale si sarebbe
concentrato sui legami dell’industria della difesa tra Italia e Stati Uniti. Ebbene: in un’intervista telefonica
con Defense News, Zampolli avrebbe detto di aver discusso l’idea dell’adesione degli Stati Uniti al Global
Combat Air Programme.
Forse pensando al fatto che il prossimo caccia Usa, definito programma Ngad,
destinato però sia all’Aviazione, sia alla Marina, è ancora molto discusso, poco definito e non certo
immune dai possibili tagli del programma di efficienza pubblica Doge. L’adesione Usa apre scenari che
oggi sono certamente fantapolitica, mentre a livello industriale avrebbero l’effetto di una rivoluzione.
Secondo Zampolli un programma unificato sarebbe “un’idea molto saggia” poiché farebbe risparmiare
fondi sia agli Stati Uniti, sia al Regno Unito, all’Italia e al Giappone. In realtà uno degli scopi del Gcap
(del quale la componente volante sarebbe il Tempest), è proprio quello di non dipendere più dagli Usa per
il sistema primario di difesa e supremazia aerea, oggi costituito dal programma Joint Strike Fighter con lo
F-35 Lightning II. Del quale l’Italia a Cameri (Novara), assembla gli esemplari europei.
Il manager d’origine italiana sosterrebbe: “Se vuoi realizzare un aereo, è meglio lavorare insieme e se
vuoi un nuovo aereo, hai bisogno degli Stati Uniti. Non ne ho discusso con il presidente”, ha affermato,
aggiungendo: “È una conversazione iniziale ma funzionerebbe per tutti”.
Intanto nel dicembre scorso le
aziende britanniche, giapponesi e italiane che hanno collaborato al caccia Gcap hanno annunciato il lancio
di una joint venture dedicata al programma che avrà sede a Londra e che gestirà anche il calendario dei
principali traguardi industriali fino all’entrata in servizio del sistema nel 2035. Quando è stato chiesto al
costruttore Lockheed-Martin l’opinione sulla proposta di Zampolli di far entrare gli Stati Uniti nel
programma Gcap al fine di migliorarne l’economia, dal colosso Usa hanno risposto: “Lockheed Martin è
pronta ad aiutare i nostri clienti a realizzare le loro missioni di sicurezza nazionale. Le domande
riguardanti il Gcap come programma governativo trilaterale devono essere rivolte ai rispettivi governi
coinvolti”.
Certamente la missione trumpiana di Paolo Zampolli in Italia ha colto di sorpresa alcuni
politici italiani. Alla domanda diretta, il nostro ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani avrebbe
risposto: “Zampolli chi?”, mentre si attende una risposta dall’ufficio Stampa della Casa Bianca.
Lasciando la (quasi) fantapolitica, non è un segreto che talune correnti politiche nostrane soffino per
fondere il Gcap con lo Fcas, ovvero l’omologo programma franco-tedesco-spagnolo, in chiave europeista.
Inoltre, un’eventuale partecipazione statunitense al nostro Tempest vedrebbe riconfigurare totalmente le
rispettive dipendenze tecnologiche di ogni nazione.
Soprattutto non potrebbe tollerare le limitazioni imposte dagli Usa come la libertà di modifica del
progetto per soddisfare determinate prestazioni o capacità, fattore molto sentito specialmente dai
britannici. Inoltre, industrialmente un’azienda statunitense o direttamente il Pentagono, potrebbe non
volere un sistema elettronico o d’arma che sia prodotto da un concorrente e destinato all’esportazione, e
quindi non lo approverebbe. Infine, potrebbero nascere questioni come quella del sistema di fusione dei
sensori dello F-35 che determinare se un bersaglio è legittimo o meno secondo regole di ingaggio definite
“prevalenti”, ma con la capacità di registrare, scaricare e sfruttare i dati dei sensori e condividerli con altre
risorse. Gli Stati Uniti hanno anche uno stretto controllo sui file di questi “dati di missione” (in sigla,
Mdf), inclusi i dati elettronici degli ordini di battaglia. Gli Mdf per il Regno Unito, l’Italia, il Giappone e
altri operatori di F-35 sono generati esclusivamente dal 350th Spectrum Warfare Wing dell’Usaf presso la
base di Eglin, in Florida. Una dipendenza che evidentemente Trump vorrebbe conservare perché nata con
il programma F-35.
Che, tra difetti e ritardi, oggi rappresenta una flotta di velivoli arrivata al milione di ore di volo.