Non mi paiono avere alcun fondamento le preoccupazioni di Liliana Segre a proposito del premierato manifestate la scorsa settimana a Palazzo Madama. A Segre non piace l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che anzi giudica pericolosa.
Ho molto rispetto per Liliana Segre e la sua storia e sono dispiaciuto, oltre che allarmato, per le minacce che riceve in quanto vittima e testimone delle atrocità del nazifascismo. Tuttavia, la considerazione che ho di lei non mi impedisce di dire che non mi paiono avere alcun fondamento le preoccupazioni a proposito del premierato manifestate la scorsa settimana a Palazzo Madama. A Segre non piace l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che anzi giudica pericolosa. In che cosa consista la minaccia è presto detto. La scelta del premier da parte degli italiani, secondo la senatrice a vita, garantirebbe una stabilità fittizia, ma produrrebbe – cito testualmente – «un’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento».
Da quanto ho capito, Segre contesta l’idea di una legge elettorale che permetta al capo del governo di ottenere un premio di maggioranza che gli consenta di non essere ricattabile, inoltre non le piace che il presidente della Repubblica sia privato di alcune prerogative (non avrà più la discrezionalità di scegliere il premier e non potrà nominare senatori a vita) perché «sarebbe fatalmente costretto a guardare dal basso in alto un presidente del Consiglio forte di una diretta investitura popolare». Evidentemente, la senatrice preferisce che sia il capo dello Stato a guardare dall’alto in basso chi ha ricevuto il mandato popolare di guidare il governo. E soprattutto, non la disturba il fatto che in quasi ottant’anni di democrazia siano stati solo tre i premier scelti dagli elettori, mentre tutti gli altri siano stati indicati dai partiti o dal Quirinale.
Non starò a ricordare l’articolo uno della Costituzione, in cui è stabilito che la sovranità appartiene al popolo. Per spiegare quanto sia infondato l’allarme di Liliana Segre ricorrerò alle parole di un altro grande vecchio, ossia Indro Montanelli, il quale sulla necessità di cambiare la carta su cui si basa la nostra Repubblica scrisse molto, dicendo fin da subito che «la Costituzione porta male gli anni da quando aveva un giorno, perché fu subito chiaro quali erano i difetti». Il più grave fra tutti «è quello di essersi ammantata di una intoccabilità talmudica che ne rende praticamente impossibile la revisione». Altro che intoccabile, per il fondatore del Giornale, il testo che uscì dall’assemblea parlamentare doveva essere riscritto secondo criteri logici. E quali fossero questi criteri lo spiegò in un editoriale del dicembre del 1974. «La più grossa di queste magagne è l’impotenza a cui condanna l’esecutivo». «Bisognerebbe anzitutto definire, rafforzandoli, i poteri del capo del governo, dei quali la Costituzione non dice nulla o quasi».
Montanelli non credeva nell’elezione diretta, ma non perché temesse, come Segre, l’arrivo dell’uomo forte, ma in quanto la giudicava macchinosa e inefficace. Infatti, conversando con Alain Elkann durante un programma tv, spiegò che «tutte le volte che si diceva: “Qui bisogna restituire un po’ di autorità al potere esecutivo, bisogna mettere i governi in condizione di governare, si opponeva il grido di fascista! fascista!”, e con questo ricatto abbiamo fatto le più grosse scempiaggini che si potessero immaginare». Guarda caso, è proprio l’accusa di Segre, la quale in Senato ha denunciato la deriva autoritaria perché il premierato corregge uno dei grandi mali italiani, ovvero il trasformismo e la nascita di governi che non rappresentano la volontà degli elettori. Scriveva sempre il fondatore del Giornale: «O si spezza il sistema che condanna il cittadino a dare il suo voto a forze organizzate che se ne servono non per “rappresentare”, ma per confiscare la sua volontà e rafforzare i propri monopoli e privilegi, o tutte le proposte sono destinate a restare inevase».
Ancor più chiaro fu nel colloquio con Elkann, quando raccontò che la nostra Costituzione parte dal principio opposto di quella tedesca. In Germania il ragionamento fu questo: «Il nazismo fu frutto della Repubblica di Weimar. Cos’era la Repubblica di Weimar? Era l’impotenza del potere esecutivo. La Germania rimase nel disordine, nel caos, nella Babele dei partiti che non riuscivano a trovare mai delle maggioranze stabili, quindi dei governi efficaci. Ecco perché Hitler vinse, perché il nazismo vinse. I nostri costituenti partirono dal presupposto contrario, cioè dissero: cos’era il fascismo? Il fascismo era il premio dato a un potere esecutivo che governava senza partiti, senza controlli eccetera. Quindi noi dobbiamo esautorare completamente il potere esecutivo, negando la possibilità di dare ai governi una stabilità, eccetera…». Per questo noi dal 1948 a oggi abbiamo avuto 31 presidenti del Consiglio e la Germania 9 e 68 governi contro i 25 tedeschi. Giorgia Meloni è in carica dal 22 ottobre del 2022 e se resterà a Palazzo Chigi fino alla fine dell’anno, il suo sarà sesto nella classifica degli esecutivi più longevi. Vi sembra ancora un problema se si rafforzano i poteri del presidente del Consiglio? O se il capo dello Stato deve guardarlo dal basso in alto invece che dall’alto del Colle anche se non sono stati gli italiani a nominarlo? A me no.