Con la forza di petrolio e gas i signori del Golfo hanno allargato una rete di interessi da centinaia di miliardi di dollari in tutto l’Occidente. Entrati nell’industria e nell’immobiliare, hanno acquistato squadre di calcio e marchi del lusso. Mentre conducono la loro offensiva economica, sono cruciali come mai nel conflitto in Medio Oriente. E con la bandiera della religione sono alla testa di un sud del mondo in cerca di riscatto.
Zakat, basta la parola! Significa purificazione dei soldi. Molto si è ragionato della specificità della finanza secondo il Corano che vieta la riba, l’interesse. Accanto al divieto c‘è il quinto pilastro dell’Islam: zakat. Significa: per purificare i tuoi denari devi darne una parte, ogni anno, a chi ha meno. Una sura del Corano fissa l’importo: il 2,5 per cento sul patrimonio. Esclusi oggi la casa di abitazione, la macchina, i redditi da lavoro, se si possiedono beni maggiori all’equivalente di 87,48 grammi di oro o 612,36 grammi di argento; più o meno 5 mila euro. A chi vanno questi soldi? Secondo gli Stati Uniti finanziano il terrorismo: Hamas, Fratelli musulmani, Jihad, Hezbollah che con la zakat ha costruito un welfare parallelo in Siria, Turchia, Yemen.
I capi di Hamas, che stanno ben lontani da Gaza e sfruttano sia la zakat sia gli aiuti internazionali, hanno accumulato ricchezze personali enormi. Isma’il Haniyeh, il capo politico, vive a Doha: i figli Hazem e Maaz fanno la spola con Istanbul (Recep Tayyp Erdogan ha da sempre un occhio di riguardo per chi arriva da Hamas) per gestire il patrimonio di famiglia: 4 miliardi di dollari. Al Mallah, settimanale online in lingua araba, ha rivelato che gli altri due vertici di Hamas, Abu Marzouk e Khaled Mesh’al che vivono tra Abu Dhabi e Doha, hanno a disposizione patrimoni di 3 e 4 miliardi di dollari. Lo stesso Basem Naim è uno dei signori della guerra: ex ministro della Sanità di Hamas, oggi capo del Consiglio per le relazioni con l’estero dell’organizzazione a Gaza, ha minacciato l’Italia per il suo appoggio a Israele in un’intervista a Rai 3 in cui chiede una commissione internazionale d’inchiesta sulla strage del 7 ottobre perché «non sappiamo nemmeno noi quel che è accaduto, sappiamo solo che Israele ha attaccato i palestinesi».
È attraverso il denaro che l’Islam sta penetrando l’Occidente, sfruttando anche i fondi che l’Europa versa generosamente nelle casse delle Ong coraniche. La più attiva è Islamic Relief (IR) che possiede 40 filiali nel mondo. Fu fondata nel 1984, a Londra, da Hany El-Banna, egiziano che la Regina d’Inghilterra creò baronetto prima che si scoprisse essere stato uno dei vertici dei Fratelli musulmani. IR è sospettata di finanziare Hamas, i Fratelli musulmani, Hezbollah. Ha sempre smentito, ma Khaled Lamada, Issam El-Bashir, Ahmed Al-Rawi e Essam El Haddad, che di IR è cofondatore, sono stati sottoposti a inchieste in America, in Germania, perfino in Arabia Saudita. Vengono accusati di sostegno ai terroristi e di proselitismo per il radicalismo islamico. Raccolgono non meno di un miliardo l’anno, ricevono dall’Europa 80 milioni di euro in contributi pubblici e tra i loro benefattori contano sulla Bill & Melinda Gates Foundation e sulla Germania che ha versato 6 milioni per far loro gestire 50 tra moschee e centri islamici. In Europa i musulmani sono circa 120 milioni, i centri islamici attivi sono oltre 150 mila.
Accanto alla penetrazione demografica – in Italia i musulmani toccano i due milioni, rappresentano il 29 per cento degli immigrati e sono in costante aumento – c’è lo strapotere economico. Viaggiamo su macchine arabe, dormiamo in alberghi arabi, compriamo vestiti arabi, tifiamo squadre di calcio arabe, guardiamo spettacoli arabi. Gli emiri e gli sceicchi sono i maggiori investitori in Europa con una propensione ad appropriarsi dello stile di vita e di tutti i simboli dell’Occidente. In particolare sono innamorati dell’Italia e hanno in mano Londra. I dieci fondi sovrani dell’Islam mettono insieme 3.800 miliardi di dollari: due volte il nostro Pil nazionale. Il divieto della riba li tiene abbastanza lontani dai giochi di finanza, dalle speculazioni. Non fanno soldi con i soldi, ma con il mercato. E ciò li aiuta perché li rende padroni dei nostri desideri. Il più attivo in questo momento è il Public Investiment Fund (PIF): fondo sovrano dell’Arabia Saudita governato dal principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa’ud. La scalata all’Occidente l’ha data partendo da un club di calcio inglese: il Newcastle. Si è comprato Cristiano Ronaldo, poi anche l’ex commissario tecnico della nostra nazionale Roberto Mancini, ha deciso di far diventare l’Arabia «la Mecca» del pallone.
Con il suo fondo sovrano, il terzo per importanza tra quelli islamici, il settimo al mondo, dotato di qualcosa meno di 800 miliardi di dollari, sta tessendo una relazione economico-diplomatica con la Cina. Al punto che lo scambio petrolifero con Pechino avviene in yuan, la moneta cinese. L’intenzione di Mohammad bin Salman Al Sa’ud è collocare l’Arabia in una posizione di cerniera tra Oriente e Occidente e se con i cinesi fa affari sulle materie prime, da noi cerca la colonizzazione del lusso. Uno dei suoi obiettivi sono gli alberghi. È di pochi giorni fa l’acquisto della catena di Rocco Forte: una quarantina di hotel di lusso, compreso il Savoy di Firenze (si è fatto molto pettegolezzo attorno a una trattativa che Matteo Renzi avrebbe avviato per far comprare la Fiorentina calcio, che sta ottimamente nelle mani di Rocco Comisso, a Bin Salman), più ristoranti stellati e bar storici in mezza Europa. Un affare da 1,5 miliardi di euro. Quasi un’inezia per l’uomo che per togliersi uno sfizio si è procurato il 30 per cento della Pagani di Modena, l’officina che costruisce le supercar più esclusive del mondo. Che avranno gomme Pirelli, ma prodotte in Arabia. PIF e l’azienda italo-cinese hanno stretto una joint venture (tre quarti delle azioni della nuova fabbrica che sarà realizzata vicino a Gedda sono in mani arabe) con un investimento da mezzo miliardo di euro. Ma è solo l’inizio.
Pirelli sta trattando un’alleanza con Brembo, l’accordo con gli arabi – che peraltro hanno stretto un’altra alleanza con Hyundai – potrebbe preludere a un ingresso diretto del PIF nella produzione di supercar. Il principe saudita nella sua offensiva allo sport professionistico occidentale dopo il calcio ha messo nel mirino la Formula uno – è pronta un’offerta per rilevare l’organizzazione che gestisce il mondiale -, il tennis e il padel. Evidentemente vuole fare concorrenza al Qatar che ha gestito gli ultimi Mondiali di calcio. E che è stato il primo a comprarsi una squadra europea: il Paris Saint-Germain l’idolo dei musulmani delle banlieue parigine. Il fondo qatarino, circa 500 miliardi di dollari di dotazione, sotto le direttive dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha scelto come prima operatività quella delle alte tecnologie con investimenti massicci in America, in Germania e in Cina. La tecnica è sempre la stessa: gli arabi entrano con partecipazioni di minoranza in grandi banche (in questo caso il veicolo sono stati Barclay’s Bank e Credit Suisse) poi escono e si comprano società produttive.
L’emiro ha puntato su Siemens, su Shell, ha acquistato l’aeroporto di Londra Heathrow, è nel capitale Disney (condizionando, si dice, le scelte editoriali); ora investe forte sull’immobiliare. È partito con il grattacielo Shard, progettato da Renzo Piano nella capitale britannica; poi è arrivato a Milano dove ha comprato l’hotel Gallia e in Sardegna, oltre ad acquisire l’aeroporto di Olbia, ha fatto shopping di alberghi di lusso in Costa Smeralda. L’immobiliare italiano è la nuova terra di conquista per gli investitori arabi. Stanno aspettando che la direttiva green faccia il suo effetto per entrare pesantemente sul nostro mercato. Sanno molto bene che gli immobili non a norma con la follia del pacchetto di riforme europee Fit for 55 saranno deprezzati: ci sono circa 10 milioni di «pezzi» potenzialmente in saldo. La dotazione dell’alleanza araba del mattone – Qatar, Abu Dhabi, Kuwait – arriva a circa mille miliardi di euro.
Tra i più attivi c’è senza dubbio il fondo di Abu Dhabi, presieduto dallo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, il più ricco degli emirati. Suo padre lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan ha deciso di lanciare una forte offensiva di investimenti in Occidente. Ha già messo nel mirino la rete delle telecomunicazioni Tim ed è stato per lungo tempo tra i principali azionisti di Unicredit che ha sviluppato una forte espansione negli Emirati. Oggi gli emiri con un altro fondo, Chimera, hanno puntato a marchi di assoluto prestigio come le biciclette Colnago e gli yacht Ferretti. L’Islam conquista i simboli dell’Occidente anche per condizionarne le scelte. È il caso dell’Azerbaigian. Passeggiando sul lungomare della sua capitale Baku si ha una rassegna completa dell’«Euroba» cioè di tutto quanto produce la macchina del lusso europeo, ma è il solo valore occidentale che viene riconosciuto. Per il resto la società rimane fortemente islamizzata. Non a caso Baku non ha minimamente pensato di cessare l’offensiva contro gli armeni del Nagorno-Karabakh, così come l’internazionale islamica continua a sostenere i palestinesi.
La penetrazione economica è la prima arma dell’Islam che è in espansione nel mondo. Oggi i fedeli di Allah sono circa due miliardi; tutte le proiezioni però indicano che entro il 2050 saranno la prima confessione. Il panislamismo conta 48 Stati, in sei di questi vige la Sharia (Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Afghanistan, Mauritania e Yemen) e possono dirsi «confessionali», in altri 13 l’Islam è la sola religione (Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Algeria, Malesia, Maldive, Marocco, Libia, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Somalia, Brunei) ma in tutta l’Africa subsahariana l’Islam è di fatto egemone. Nessuna meraviglia se all’Onu l’area islamica detta legge, come nessuna meraviglia se gran parte di queste nazioni ha aderito o ha rapporti privilegiati con i Brics e dunque tra Cina e Usa stanno dalla parte anti-occidentale. I Paesi arabi sfruttano la forza del petrolio, del gas, dei soldi; gli altri Stati musulmani sono legati a loro da una speranza: si chiama zakat, il quinto pilastro dell’Islam.