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L’abolizione di un ente inutile: il padre

L’abolizione di un ente inutile: il padre

L’ex segretario Pd Dario Franceschini propone che i figli prendano il cognome della madre. L’ennesimo segnale, in quella che è stata un’architettura sociale, sulla ritirata della famiglia.

Padre, sei licenziato. Dopo tanto femminismo, fluidità, utero in affitto, giunge finalmente il tentativo finale di abolire il padre a norma di legge. La proposta avanzata in Senato è di Dario Franceschini, influente padrino del Partito democratico. Come è entrato Franceschini in maternità? Con questo ragionamento: dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre stabiliamo con una nuova legge prenderanno solo il cognome della madre (che poi proviene da suo padre). Ciò servirà, a suo dire, a sgombrare il campo dai tanti problemi che ha innescato il doppio cognome, o la scelta tra i due. È una cosa semplice, dice il senatore venuto dalla Dc e dalla Margherita (senza capperi), ma è anche «un risarcimento per un’ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle diseguaglianze di genere». Chissà se il Pd, in sigla «Padri defunti», accoglierà in toto la proposta di Franceschini ma è in sintonia col nuovo corso di Elly Schlein, di cui Franceschini è stato massimo sponsor. Un’altra battaglia civile di cui si avvertiva fortemente l’urgenza… 

Ma torniamo alla realtà. I padri già patiscono una specie di sparizione progressiva: contano sempre meno, anche se pagano sempre più in caso di separazione e divorzio, e quando non sono emarginati, si defilano per conto loro, si danno alla latitanza, si riducono ogni giorno di più a figuranti, o quantomeno personaggi secondari e comparse in quel circoletto antiquato, un tempo denominato famiglia. Una legge, per ora virtuale, li esonererà definitivamente dal loro ruolo e dalla loro responsabilità; li cancellerà, come si usa ormai da tempo in vari ambiti, grazie alla «cancel culture». La società senza padre, prefigurata nel Sessantotto, prende finalmente corpo (mutilato). 

La famiglia tradizionale aveva un punto di equilibrio che per molti secoli e nella gran parte dei casi ha retto all’urto della vita: la figura paterna non era ridotta a quella dell’inseminatore occasionale o peggio del flacone anonimo ma era chiamata anche dando il patronimico alla responsabilità giuridica e nominale di assumersi un compito reale riguardo alla famiglia.  La figura materna era già insostituibile secondo natura, nella realtà delle cose; dalla madre si nasce, la madre allatta e nutre, il rapporto con lei è decisivo; e poi, come dicevano gli antichi, «mater semper certa est». Del resto il cambiamento sociale dei tempi aveva già riconosciuto alla donna ruoli, diritti e doveri, responsabilità e opportunità pari a quelle del coniuge. Ora si vorrebbe sconfiggere l’ormai defunto patriarcato rifondando il matriarcato, che apparteneva a epoche e società ancora più arcaiche.  

Ma il vero problema è che si tende a far sparire l’idea, il corpo, il legame di quell’entità chiamata famiglia, fondata sul due più, una coppia più i suoi figli, e un tempo anche i nonni e tutto il parentado. Dare alla donna, oltre la naturale maternità, anche il ruolo di portatrice esclusiva del cognome, significa di fatto disfare la coppia e regredire al singolo: la donna sola, a parte la collaborazione tecnica e forse affettiva del maschio, si gestisce non solo l’utero ma anche il figlio. E decide da sola, come del resto decreta anche la legge sull’aborto, non solo se tenersi o meno il bambino ma anche il suo cognome. La donna con diritto di vita o di morte sui figli; l’uomo è solo uno spettatore (pagante), che può essere al più riconosciuto in «concorso esterno» di associazione parentale. 

Lo spirito della proposta del resto è trasparente, e Franceschini lo spiega candidamente; attribuendo alla madre anche la responsabilità di trasmettere il cognome si risarcisce la donna dal danno antico di essere stata madre e per molto tempo sotto il regime maschile della patria potestà. Un chiaro incitamento alla paternità irresponsabile e volatile. Che ben si combina con la tendenza di molte donne, tra le poche che aspirano alla maternità, a far tutto da sole, a volere un figlio più che una famiglia, un loro discendente più che un marito. Datemi un seme e al resto ci penso io. Un modo sicuramente in linea con l’inseminazione artificiale e con il desiderio di avere figli solo per propria soddisfazione di single. Che a proporlo sia poi un cattolico, che viene dalla vecchia mamma Dc, che sulla difesa della famiglia fondava la sua ragione sociale e il suo consenso, la dice lunga: se lo avesse proposto una leader femminista o un lgbtq+ sarebbe stato comprensibile; ma che lo faccia «Fra’ Dario» da Ferrara mi pare davvero una conferma che Babele o Babilonia è ormai la nostra città. 

Intendiamoci, non è una mostruosità, in altri Paesi accade, e in fondo piuttosto che ritenere il figlio una specie di prodotto solidale della collettività, della tecnologia, fino al sogno del figlio autocreato, vero self-made man, almeno qui avremmo una madre. Si sta lavorando però alacremente per la distruzione finale della famiglia, in un momento difficile e delicato per essa e per le coppie, assestando un colpo letale, che sta tra il colpo di grazia e il calcio dell’asino al leone morente. Prendendo lo spunto da residui tossici di maschilismo e di gallismo, o casi limite di violenze, abusi e femminicidio, si può decretare la morte della famiglia? Si può cioè nel nome di chi maltratta la partner, penalizzare l’intera società e la stragrande maggioranza delle coppie in cui non c’è prevaricazione di uno sull’altra? Presumo che la legge non sarà approvata. Ma, visti alcuni precedenti non sarei tanto sicuro…

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