Il critico di Panorama ha visto in anteprima il film di Michele Placido che racconta Michelangelo Merisi, con Riccardo Scamarcio nel ruolo del geniale pittore lombardo. Una pellicola (nelle sale dal 3 novembre) con riuscite rappresentazioni d’ambiente, ma l’essenza delle opere sembra rimossa.
Grande impegno, grande sforzo di ricostruzione, bellissimi costumi, musica coinvolgente, invenzione di ambienti, di borghi, di città e anche, nella sua magnifica realtà, Sutri, in un passaggio di cavalli e carrozze per le tagliate etrusche , per la necropoli, per l’anfiteatro. Meravigliosa fotografia. Roma nei primi anni del Seicento, Giordano Bruno e San Filippo Neri, in una memorabile interpretazione di Moni Ovadia, con qualche ardita approssimazione perché il meraviglioso Santo muore nel 1595, quando forse Caravaggio non era ancora arrivato a Roma. E sappiamo che, fin dai primi anni Ottanta, il santo fu tormentato da malattie e attraversò una terribile carestia. Anche se è intelligente averlo accostato a Caravaggio, per una attenzione al mondo dei ragazzi di vita attraverso un prototipo delle comunità di recupero dei preti di oggi. Infatti Filippo Neri aveva radunato attorno a sé alcuni ragazzi di strada, senza destino, avvicinandoli alle celebrazioni liturgiche e facendoli divertire, cantando e giocando, senza distinzioni tra maschi e femmine, in quello che sarebbe, in seguito, divenuto l’Oratorio, ritenuto e proclamato congregazione da papa Gregorio XIII nel 1575. Per il suo carattere festoso e socievole fu anche chiamato «santo della gioia» o «giullare di Dio». Caravaggio l’avrebbe certamente ammirato, ma non credo lo abbia incontrato.
Il film L’ombra di Caravaggio è il racconto, attraverso l’indagine giudiziaria affidata dal papa a un inquisitore, di una vita avventurosa e criminale con un protagonista esuberante e convincente (Riccardo Scamarcio), soprattutto violento e truculento. È un «romanzo criminale» in abiti seicenteschi, con un richiamo poetico e concettuale al viaggio, al mare, che è lo spazio fisico e psicologico di Caravaggio. Partire, andare per mare, naufragare, anche metaforicamente, fu il destino di Caravaggio. Il filo conduttore è il racconto dell’amore irriducibile della donna che lo ha aiutato e protetto da Milano fino al suo tentato ritorno a Roma: Costanza Colonna (nella perfetta interpretazione di Isabelle Huppert). Intorno, la storia di molti comprimari, fra prepotenze, violenze e delitti. Ma gli amici di Caravaggio (e i nemici) si chiamano Orazio Gentileschi, Onorio Longhi, Marco Minniti, Artemisia, Giovanni Baglione: sono pittori, architetti. E cosa fanno nel film? Giocano, bevono, uccidono, scopano, scappano, picchiano; e così fa Caravaggio.
Dunque, il film racconta, con una sceneggiatura primaria, la vita criminale di Caravaggio, i suoi rapporti difficili con la Chiesa, il suo dialogo con i potenti. Meno, i suoi rapporti con il popolo, meno la sua idea della vita e dell’umanità. Insomma, un Caravaggio violento, disturbato e depensante. Tutto meno che un artista. Il problema è nella sceneggiatura: agli inizi dell’impresa, mentre io curavo la mostra Caravaggio e il contemporaneo per il Mart di Rovereto, accostando il meraviglioso Seppellimento di santa Lucia di Siracusa, il quadro più tragico del pittore, che nel film non si vede, all’opera di Burri e alla vita di Pasolini, il regista Michele Placido mi chiese di dargli suggerimenti, consulenze, e di partecipare alla realizzazione del film.
Avrei potuto parlare con gli sceneggiatori, e qualche mio spunto veloce si trova, per esempio l’idea che la modella della Maddalena, Anna Bianchini, sia stata dipinta addormentata, ma non è accaduto. E Placido, che pure ho continuato saltuariamente a vedere, è sparito. È rimasta nell’aria, sottintesa, questa collaborazione che oggi, e non per lamentarmi, appare evidentemente mancata. Perché la vita di Caravaggio, al di là dei travagli e delle avventure, è principalmente una vita di artista. E, da quello che ha dipinto, si intende cosa ha pensato e come ha cambiato il mondo, non solo della pittura. Ma, nel rutilante film, nei bellissimi ambienti, nei paesaggi, nelle vedute del mare, c’è il racconto dei tempi di Caravaggio, non Caravaggio.
Intendo, non c’è Caravaggio nella sua identità profonda e reale. E cioè il pittore. Si vede lo studio affollato e confuso del Cavalier d’Arpino, si vede di striscio la galleria del Cardinal Del Monte (interpretato dallo stesso Placido), si vede il corpaccione di Scipione Borghese, ma non i quadri di cui era famelico fino al delitto, facendo incriminare, processare e condannare Cavalier d’Arpino per portargli via i dipinti di Caravaggio. Questa assenza del protagonista, pure efficacemente interpretato da Scamarcio, rende il film un interminabile trailer sui tempi e i luoghi dell’artista e su un gruppo di personaggi violenti. Ma l’artista, che è ciò che conta, non c’è. Ci sono, in verità, bellissimi tableaux vivants, fra i quali quello della Morte della Vergine. Ma il quadro non c’è, e neppure il quadro che illustra lo spirito del film, la sua dimensione popolare e povera, tra i capolavori assoluti del pittore: le Sette opere di misericordia del Pio Monte di Napoli.
Non ci sono i dipinti del primo tempo, se non intravisti, con i ragazzi di vita che ho puntualmente accostato ai personaggi di Pasolini. Uno spunto metastorico e metaletterario per un altro film. Mancano i dipinti mirabili, con interni ricostruiti nelle scene, come la Vocazione di Matteo di San Luigi dei Francesi o la Cena in Emmaus, concepita dolorosamente in un luogo ricorrente nel film, il Palazzo Colonna di Paliano.
Mancano il pensiero di Caravaggio, la sua opera. Al di là della violenza del carattere, del temperamento, dello spirito di avventura. È stato essenzialmente un pittore, ma non se ne vedono lo studio e i dipinti, se non marginalmente. E per quanto abbia avuto una vita avventurosa, se ne conoscono circa 80 quadri, e possiamo pensare ne abbia dipinti forse 120. Ha vissuto 38 anni. Non si sa nulla del periodo milanese, se non della sua famelica curiosità di conoscere, e i suoi primi quadri, dipinti a Roma, sono del 1596. Dunque compresi i perduti, 100-120 quadri per 14 anni di attività.
Immaginiamo che ai dipinti più piccoli, anche con una concezione fulminante (si pensi all’attimo decisivo fermato nel Fanciullo morso dal ramarro) abbia lavorato un mese, per i più grandi tra i due e i tre. Quindi, per i più piccoli, quattro anni, per gli altri, dieci. Lavorando (e a tempo pieno) sono appunto 14 anni. Nel film non si vede, in concentrazione e meditazione, Caravaggio dipingere in un minuto. Anche riducendo i tempi, Caravaggio ha soprattutto dipinto, ore e ore al giorno. Non ha bevuto, picchiato, scopato, ucciso. E nella pittura ha concentrato la sua visione del mondo, delle cose, degli uomini; e la sua vita.
Capisco: è un altro film. Meno dinamico, meno avventuroso, meno rumoroso. Ma se gli sceneggiatori avessero tenuto conto del tempo di riflessione, di pensiero, di tensione creativa, di fruttuosi turbamenti, avremmo potuto vedere i dipinti di Caravaggio, in continui confronti con i personaggi da lui incontrati. La realtà si trasfigura nell’arte. E il criminale è, prima di tutto, un artista, benefico e necessario per il mondo. E non vale solo per Caravaggio. Non vediamo neanche dipinti e architetture, se non di striscio, di Artemisia, di Orazio, di Onorio Longhi. Intensa, drammatica, anche pittorica, è l’immagine del protagonista, che non è però Caravaggio, ma l’inquisitore (il bravissimo Louis Garrel), dichiarato d’altra parte, per onestà, nel titolo: L’ombra di Caravaggio. Il film è su di lui. Su Caravaggio, aspettiamo il prossimo.