Luca non esiste. È un ragazzo di 14 anni, ha un naso, due occhi, una bocca, una mamma, un papà, una sorellina, una casa a Ostia e un banco a scuola. Ma non esiste. Come se fosse un fantasma. Quando nacque, 14 anni fa, l’ospedale trasmise regolarmente il documento (c’è la ricevuta: ore 10,40 del 20 dicembre 2010), ma all’anagrafe di Roma la comunicazione non risulta pervenuta. Dev’essersi persa per strada. O deve essere scivolata sotto qualche scrivania. Comunque sepolta dalla burocrazia. Di fatto: non c’è. E dunque Luca, per lo Stato italiano, non è mai nato. Non esiste.
Così Luca non può avere una carta d’identità. Non può avere un passaporto. Non può avere la tessera sanitaria. E non può nemmeno fare l’abbonamento all’Atac, l’azienda dei trasporti romani. Anche se si presenta fisicamente allo sportello del Comune di Roma, per il Comune di Roma lui non c’è. Il ragazzo è precipitato in una specie di ingorgo burocratico, un buco nero amministrativo dal quale non è nemmeno facile uscire. A Luca infatti non basta essere vivo per dimostrare di essere vivo. Ci vuole «la formazione di un atto per ordine del Tribunale competente» come dicono in Comune ad Andrea Arzilli, il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Roma, che ha tirato fuori questa assurda storia. Proprio così: Luca deve avere un atto del tribunale per dimostrare di esistere. Speriamo che non glielo chiedano anche per respirare.
Per carità: le storie di ordinaria burocrazia in questo Paese fondato sulla cartaccia non sono nuove. Ricordo qualche tempo fa che il tribunale di sorveglianza di Roma scrisse: «Il caporalmaggiore Gaetano Silvio Ortis, fucilato per la rivolta a Cercivento il 1 luglio 1916, deve presentarsi personalmente al tribunale militare per chiedere la riabilitazione». A Napoli un anziano si era presentato allo sportello dell’Inps per ricevere la pensione, ma fu respinto senza appello: «Ci dispiace, lei è morto». A Salerno un contadino si è scoperto disertore a ottant’anni, mentre in Umbria un discobolo di cento chili è stato inserito dall’Asl nella lista delle persone in gravidanza. Sempre meglio di quello che successe in Sicilia: organizzarono un concorso pubblico per sordomuti. Vinsero in sette, ma non furono assunti. Motivazione ufficiale: «Non sentono».
Sono anni che faccio collezione di malaburocrazia: con le follie del nostro apparato pubblico ci si potrebbe scrivere un libro di barzellette. Ma che dico un libro: un’intera collana editoriale. Però, ecco, pensavamo che l’avvento delle nuove tecnologie, con l’informatizzazione e la digitalizzazione dei sistemi, qualcosa migliorasse. Invece ai tempi dell’intelligenza artificiale, gli uffici pubblici marciano ancora come quando c’erano le mezzemaniche e le penne d’oca. Gli stessi ritmi. Le stesse lentezze. Le stesse voragini che risucchiano le nostre vite: è stato calcolato che in media spendiamo 300 ore l’anno per la burocrazia, quasi una al giorno compresi sabato, domenica, Natale e Ferragosto, contro le 132 della Francia e le 110 della Gran Bretagna. La burocrazia costa al nostro Paese, secondo il centro studi Cgia di Mestre, 225 miliardi di euro l’anno.
Possibile non cambi mai? Anzi: ho l’impressione che l’avvento della digitalizzazione, fra Spid e fascicolo sanitario elettronico, prenotazioni on line e moduli da compilare sul web, abbia reso il tutto ancor più complicato. L’altro giorno ero in posta per provare a rifare il passaporto elettronico (altro percorso ad ostacoli) e ho potuto osservare per alcune ore l’avvicendarsi delle persone agli sportelli: si aggrappavano alle impiegate (per fortuna disponibili) come se fossero la loro unica ancora di salvezza, riversavano su di loro ogni tipo di domanda, perplessità, dubbio, quasi incredule di trovarsi per una volta davanti un essere umano in carne e ossa e non una voce metallica che rimanda al nulla o un altro diabolico labirinto informatico. Così mi è apparso chiaro che la digitalizzazione, per come la stiamo facendo, non sta riducendo la burocrazia. La sta solo rendendo più disumana.
Non è forse disumana la vicenda di Luca, privato della sua esistenza da un inghippo burocratico? E non sono forse disumani i sempre più tortuosi percorsi informatici cui sottoponiamo anche le persone anziane? Mi sono sempre chiesto come mai nell’epoca in cui si riescono a progettare viaggi su Marte non si riesca a cancellare la burocrazia. E la risposta l’ho trovata alcuni anni fa, nelle carte dell’inchiesta della cosiddetta Mafia Capitale. Uno dei protagonisti di quella vicenda chiedeva all’altro: «Sai perché ci vogliono cinque anni per fare quella pratica edilizia?». «Perché è una procedura lunga?». «No, perché così se io pago la posso avere in due giorni». Chiaro, no? La burocrazia in Italia non la si sconfigge perché non la si vuole sconfiggere. Perché quegli ingorghi neri inghiottiscono i cittadini, ci distruggono la vita, ci annullano l’esistenza. Ma, lì dentro, i corrotti ci sguazzano.