In Venezuela, il presidente «chavista» Nicolás Maduro sta smontando un pezzo dopo l’altro la democrazia. In vista delle elezioni presidenziali del 28 luglio incarcera i membri dell’opposizione politica e l’avversaria principale non ha libertà di parola. Intanto, il Paese è allo stremo e i suoi abitanti fuggono.
La speranza è durata poco. La Conferenza episcopale del Venezuela aveva chiesto di svolgere elezioni «eque», invece nel Paese latinomericano la situazione è peggiore che mai: in vista delle presidenziali del 28 luglio la dittatura di Nicolás Maduro ha intensificato la repressione contro le opposizioni. Tutto mentre la popolazione è allo stremo. Attualmente in Venezuela ci sono 300 prigionieri politici, gli ultimi 15 del partito politico Vente Venezuela di María Corina Machado, la leader dell’opposizione che lo scorso 22 ottobre era stata «acclamata» con il 92,35 per cento dei voti per candidarsi contro Maduro e che tutti i sondaggi davano tra il 54 e il 74 per cento di intenzioni di voto, contro un presidente fermo tra il 7 e il 20 per cento.
Definire «elezioni presidenziali» quelle che somigliano sempre di più alla recente tornata russa con il trionfo di Vladimir Putin, è un’offesa all’intelligenza oltre che al giornalismo, come ha scritto il premio Pulitzer argentino Andrés Oppenheimer: «I media e i funzionari di Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero dire chiaramente che sono “fake” come quelle russe». Ha poi sottolineato come sia diventato chiaro che Maduro ha già vinto la sua propaganda visto che la maggior parte dei media e molti capi di Stato hanno automaticamente accettato di riferirsi alla sua farsa di voto come a elezioni: «Non solo i regimi di Cuba, Venezuela e Nicaragua, ma anche i governi alleati del chavismo, ovvero Brasile, Colombia e Messico oltre alle agenzie di stampa più autorevoli come Associated Press e Reuters, i principali giornali e le reti televisive».
Dunque sì, sono chiamate elezioni, ma purtroppo Maduro ha bandito tutti i candidati dell’opposizione a lui sgraditi. Non solo è stato impedito alla Machado di proporsi a qualsiasi carica pubblica sino al 2036. Nella notte del 25 marzo anche Corina Yoris, l’80enne filosofa e professoressa universitaria che era stata scelta dall’opposizione della Piattaforma unitaria democratica (Mud) per prendere il posto della Machado, è stata «fatta fuori» dalle Presidenziali. «Non ci hanno permesso di accedere al sistema delle candidature. Lasciamo che sia documentata questa violazione del diritto della maggioranza dei venezuelani che vogliono votare per il cambiamento e a cui viene impedito di avere un candidato. È un oltraggio storico» ha denunciato Omar Barboza, portavoce dell’opposizione unitaria, mentre la Yoris ha dichiarato che «sono ore molto buie per il nostro Paese». Nessun leader dell’opposizione ha potuto fare la propria campagna elettorale. La Machado, per esempio, da un anno non può viaggiare in aereo all’interno del Venezuela perché Maduro ha ordinato alle compagnie aeree di non farla imbarcare. E siccome il presidente da anni non permette la libertà di stampa, la politica in tutto il 2023 non ha potuto essere intervistata neanche una volta su nessuna rete televisiva venezuelana, come ha confermato lei stessa a Panorama.
Non bastasse, lo scorso 20 marzo, in pieno giorno e in pieno centro della capitale Caracas, è stata sequestrata e fatta entrare a forza su un veicolo nero dagli sgherri del regime la deputata Dignora Hernández, membro della direzione dell’équipe elettorale di María Corina Machado nonché sua segretaria politica. Le grida disperate della donna – «Aiuto, aiuto, per favore, per favore!» – mentre la dittatura la rapisce sono state immortalate da un video che ha fatto il giro del mondo. Non un’eccezione bensì la regola, quella del suo sequestro, visto che da inizio 2024 il regime ha arrestato già dieci leader del partito della Machado. Tra questi il coordinatore nazionale del partito Vente Venezuela, Henry Alviárez, tre coordinatori regionali – Luis Camacaro, Juan Freites e Guillermo López – rispettivamente degli Stati Yaracuy, La Guaira e Trujillo – Joe Villamizar, coordinatore dello Stato di Aragua, e Emill Brandt Ulloa, coordinatore a Barinas, lo Stato natale di Hugo Chávez. Inoltre, il procuratore del regime Tarek William Saab ha emesso lo scorso 20 marzo mandati di arresto contro altri sette membri del comando della campagna di Vente Venezuela: Oswaldo Bracho, Pedro Urruchurtu, Omar González, Humberto Villalobos, Claudia Macero, Fernando Martínez Mótola e Magalli Meda, la responsabile della campagna nazionale del comando elettorale della Machado.
Metodi degni di Putin – alcuni oppositori sono stati uccisi in carcere dal regime negli ultimi anni – e di Cuba, visto che la «giustizia» del regime ha presentato anche un video «autoincriminante» del responsabile della campagna di María Corina a Barinas, arrestato l’8 marzo scorso sostenendo che «tutti saranno arrestati». Forse anche la Machado. Il citato procuratore Saab ha assicurato che esistere un fantomatico piano per generare violenza nel Paese prima delle Presidenziali. «Adesso non venite a dire che erano entrambi pacifisti e marciavano con un fiore in Plaza Bolívar!» ha gridato rivolto agli intimoriti giornalisti presenti dopo avere mostrato il video della «confessione» di uno degli arrestati, Emill Brandt Ullo, che ha «parlato» dopo avere ricevuto minacce contro la sua famiglia. Consentita invece dal regime la candidatura del controverso governatore dello Stato petrolifero Zulia ed ex sindaco di Maracaibo, Manuel Rosales. Finanziato indirettamente da una società di raccolta dei rifiuti e da tempo in cordiale convivenza con il chavismo, sarà lui il leader dell’«opposizione» prescelto da Maduro. Inoltre, l’annuncio fatto il 5 marzo scorso che le elezioni si svolgeranno il 28 luglio (si sono sempre tenute a dicembre, salvo nella farsa elettorale del 2018), cioè in tempi brevissimi, non permetterà l’organizzazione di osservatori elettorali internazionali credibili, ammesso che servano.
Non bastasse tutto ciò, il Consiglio elettorale del Venezuela, composto da cinque membri, è controllato al 100 per cento da Maduro. Come è controllata al 100 per cento dal chavismo la società che dovrà gestire il voto digitalizzato. Il dramma politico va in scena in un Paese già alle prese con una tragedia sociale. Il cui indicatore principale è che circa il 30 per cento della popolazione – ossia oltre otto milioni di persone su una trentina di milioni di abitanti – ha lasciato il Paese dal 2013: da quando Maduro, «delfino» dello scomparso Hugo Chávez, comanda a Caracas con polso di ferro guidato nelle sue tecniche repressive dal regime comunista dell’Avana. Un esodo ripartito con forza nel 2023, quando il presidente americano Joe Biden revocò le sanzioni su oro e petrolio provocando – è stata una conseguenza immediata – il boom delle fughe verso gli Stati Uniti e la svalutazione del bolivar, la moneta locale, con stipendi da fame oggi equivalenti a 5 euro. Secondo i dati pubblicati dall’Istituto di ricerche sociali dell’Università cattolica Andrés Bello di Caracas, il 51,9 per cento della popolazione del Venezuela vive in condizioni di povertà estrema, con difficoltà ad accedere agli alloggi, ai servizi pubblici, alla protezione sociale, al lavoro e all’istruzione (dato del 2023; era il 50,2 per cento nel 2022). Mentre l’82,8 per cento delle famiglie non ha abbastanza soldi per acquistare il «paniere di base». Un’emergenza collettiva.
È con queste premesse che ci si avvicina al voto di luglio. Intanto gli Stati Uniti hanno condannato la detenzione degli oppositori venezuelani del partito della Machado e, a fine marzo, la commissione per gli affari esteri della Camera dei rappresentanti Usa ha approvato una risoluzione per reintrodurre tutte le sanzioni contro il regime di Maduro. Inoltre, il generale Laura J. Richardson, a capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ha avvertito che il Venezuela «appoggia attività destabilizzanti nella regione», sottolineando in particolare le minacce territoriali fatte da Caracas sulla regione di Essequibo, che rappresenta oggi il 70 per cento della Guyana. Si vuole la terra di un altro Stato. E così, lo schema delle autarchie mondiali è replicato anche nelle ambizioni espansionistiche.