Da «mister Expo», super manager ammirato pure dagli avversari, a primo cittadino osteggiato anche dai suoi (e infatti perde consiglieri). È la parabola di Beppe Sala, che avrebbe voluto trasformare il capoluogo lombardo in metropoli arcobaleno senza confini e senza barriere (ma con pochissime auto), e si ritrova con una «Gotham» pericolosa per i cittadini (compresi gli amati ciclisti) e in preda al malcontento.
Hiroo Onoda, tenente nipponico a riposo, combattè la Seconda guerra mondiale per altri 29 anni. Non sapeva che il suo esercito si era arreso da tempo immemore. Una cieca tenacia diventata simbolo. Onoda è «l’ultimo giapponese». Anche Giuseppe Sala sembra rimasto da solo nella trincea meneghina. Gli amici sono in ritirata, ma lui nega l’evidenza. Milano fu sfavillante. Adesso è più minacciosa che mai. E il sindaco spara a vista contro chiunque osi eccepire. La critica è «bieca propaganda del centrodestra». L’insicurezza è «percezione». Il consiglio comunale è «in malafede». La sua maggioranza è ostaggio di «metodi clientelari». Prima era «mister Expo»: risoluto super manager ammirato pure dagli avversari. Ora è «Salah»: lassista multiculturale avversato anche dai più strenui lodatori. Eletto per la prima volta nel 2016. Riconfermato nel 2021. Crisi del settimo anno, quindi. Irreversibile, pare. Beppe, che comunque segue adorandosi, è tacciato di aver abbandonato la città al suo destino. La sinistra, fino a qualche mese fa, gli ripeteva adorante: non avremo altro sindaco all’infuori di te. Adesso lo mal sopporta. La sua lista ha già perso un consigliere, Enrico Fedrighini. Potrebbe essere solo l’inizio.
Esemplifichiamo. Ecco la succinta cronaca di una delle ultime sedute del consiglio comunale. Beppe entra a Palazzo Marino fucile in spalla, come Hiroo nella foresta, pronto ad aprire il fuoco contro il nemico. Ovvero tutto il consiglio, maggioranza compresa. Prima la sperticata difesa dell’assessora all’Ambiente: Elena Grandi. Definita inadeguata persino dal compagno di partito, Carlo Monguzzi: storico ambientalista e capogruppo di Europa verde, civica legata al sindaco. «Pensi che possiamo andare avanti altri tre anni con questa incapacità della giunta?» svelena Monguzzi in aula. Sala contrattacca. Insolentisce il consiglio, reo di aver candidato all’Ambrogino d’oro, massima onorificenza cittadina, un comico che l’ha uccellato: Andrea Pucci. Logiche clientelari, assalta. Il mite capogruppo dem, Filippo Barberis, lo fronteggia: «Non accetto che si metta in discussione la buona fede del consiglio». Segue duello a distanza tra sindaco e consigliere. «Ritengo che questa cosa sia vergognosa!». «Ribadisco che non è quello lo spirito». «Ribadisca quello che vuole!».
Rob de matt. Cose mai viste. In maggioranza c’è pure Italia Viva. Matteo Renzi si trova a passare in città. Nel 2016, da premier e segretario dem, caldeggiò la candidatura a Palazzo Marino di Sala. Adesso maramaldeggia: «Deve decidere cosa fare da grande. Nell’ultimo periodo mi pare che Milano sia un po’ in sofferenza, soprattutto sulla sicurezza». E un eventuale terzo mandato? «Per i sindaci è un errore». Anche Sala, in teoria, concorda: «Non credo che vada bene per una città come Milano». Amarcord: escludeva la sua ricandidatura anche nel 2021, però. Tanto che, qualche mese prima, va a trovare l’allora onnipotente Beppe Grillo, fondatore dei Cinque stelle. Un pranzo a Marina di Bibbona, nel villone del comico. Sala spera di venire nominato a capo di Telecom, rivela il Fatto Quotidiano, insuperabile nel pissi pissi pentastellato. L’ipotesi, però, sfuma. Beppe dunque ripiega malvolentieri sul secondo giro a Palazzo Marino. Fra tre anni, in assenza di migliori alternative, capiterebbe lo stesso?
L’opposizione è unanime. Il capogruppo della Lega, Samuele Piscina, compendia: «Il sindaco non ne azzecca più una. La maggioranza non c’è più. E lo stanno mollando tutti: dalla comunità ebraica a Chiara Ferragni». Lo stesso Sala, faticosamente, ammette: «Siamo in una fase difficile». Prova a rilanciare: «C’è gente che in queste fasi si scoraggia. Io invece trovo energia». Che però convoglia nelle sue ossessioni zetatielline: ecofurore e diritti civili. Il piano radical chic soppianta così il piano periferie. Eppure, Milano è la città più pericolosa d’Italia. Ultima classifica del Sole 24 ore: quasi 6.991 reati denunciati ogni 100 mila abitanti, il dato più alto del paese. E l’indiscussa supremazia nei furti e nelle rapine per strada. Compiuti, per l’80 per cento, da stranieri. «Salah», soprannome in voga tra gli stremati cittadini, evoca il complottone mediatico. Però, il 2 ottobre 2023, nomina Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima, ovviamente. A Gotham arriva Batman: felloni in guardia. Due mesi dopo, nulla è cambiato.
A chi gli chiede lumi, Gabrielli ammette privatamente di essere solo un consulente: senza poteri né stipendio. A Sala, però, serve un parafulmine. Dunque il super poliziotto, secondo indiscrezioni, sarebbe destinato a entrare in giunta dopo le europee. Gli cederebbe il posto l’attuale assessore alla Sicurezza, Marco Granelli. Che, a sua volta, sostituirebbe il collega al vertice di Casa e quartieri: Pierfrancesco Maran, destinato a Bruxelles. Nell’attesa, il malcontento dilaga. Persino i vipponi tremano. L’attore Carlo Verdone inseguito da un ubriaco con una bottiglia in mano: «Ho avuto più paura che a Roma». E la conduttrice Elenoire Casalegno, assalita da uno squilibrato a Brera: «Questa città è diventata invivibile. Si ha paura di andare in centro in pieno giorno». I comitati cittadini, da mesi, denunciano e propongono. Prefetto, questore, assessore. Incontri, vertici, tavoli. Pressoché inutili, conclude Fabiola Minoletti. Il comitato Abruzzi-Piccinni, da lei fondato, è stato premiato nel 2009 con l’Ambrogino per le battaglie anti degrado. «Noi protestiamo. Loro non ci ascoltano» racconta. «I social traboccano di video e foto dei cittadini. Pestaggi, estorsioni, furti, spaccio, vagabondaggio, viabilità selvaggia, discariche abusive. La situazione è fuori controllo, ma viene tollerata». Minoletti è pure vicepresidente del Coordinamento che riunisce una cinquantina di associazioni di quartiere. «L’incuria attira incuria, il degrado suscita emuli, l’abbandono diventa una calamita». Ogni giorno decine di denunce. Non solo in periferia, ma pure in pieno centro: i dehors diventati dormitori, la fila di canadesi dietro il Duomo, i panni stesi sulle altalene, i bivacchi nei giardini Montanelli.
Comunque sia: dopo tanto tergiversare, lo scorso novembre viene annunciato l’attesissimo piano sicurezza. Tenersi forte. Gotham rinascerà. Oltre alle ronde dei City Angels, un gruppo di ammirevoli volontari, cosa escogitano Sala e compagni? Ben 18 agenti vigileranno per le zone problematiche. Nove pattuglie. Una per quartiere, insomma. E nemmeno da subito. Si parte in surplace: da febbraio 2024. Immediatamente operativi invece i ghisa in bicicletta, incaricati di multare le auto sulla ciclabile di corso Buenos Aires: vanto di Sala, fanatico delle due ruote, ma cruccio dei cittadini, che smadonnano a ogni incrocio. E non solo. L’anno scorso, sulla Oxford street meneghina, ci sono stati 285 feriti e due morti. Una strage di ciclisti. Colpa dell’ecofurore saliano? Macché: dei camion, piuttosto. La giunta dunque li obbliga a montare sensori per l’angolo cieco. Vengono però bocciati, due settimane fa, dal Tar lombardo. Che denuncia «eccesso di potere», «incompetenza», «irragionevolezza» e «violazione del principio di proporzionalità».
Beppe contro tutti. Persino Milan e Inter. Dopo anni di melina politica, sembrano aver deciso: costruiranno i loro stadi fuori città. Paolo Scaroni, presidente dell’Enel e della squadra rossonera, ancora non si dà pace: «Ogni tanto mi rammarico di non essere mai riuscito a convincere il sindaco di poter dire alla popolazione: “Facciamo uno stadio stupendo e lo pagano i due club”». Che adesso dovrebbero migrare nell’hinterland. E il vecchio stadio? Boh. Magari ci faranno concerti. O grandi eventi sportivi. Oppure diventerà uno spettrale residuo del secolo scorso, assediato da erbacce e rifiuti. San Siro è già terra di nessuno. Lì attorno c’è la banlieue di piazzale Selinunte. Adesso, di notte, hanno pure cominciato a sparare. Botti, petardi, fuochi, mortaretti, razzi, bengala, bombe carta. Anche nel resto delle periferie va così. Serve anche a segnare il territorio. O gioire di una prodezza criminale. E festeggiare le liete novelle dei detenuti. Vedi spavalda ammissione del trapper Shiva, in cella a San Vittore per tentato omicidio. A fine novembre la gang gli comunica che è nato il figliolo, sparando in cielo memorabili fuochi d’artificio. Milano come Gomorra. Rob de matt.