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Ascesa, caduta e «veline» di Rocco il suggeritore

Ascesa, caduta e «veline» di Rocco il suggeritore

Altro che addetto stampa. Il portavoce di Giuseppe Conte (che guadagna più di lui) è il vero stratega delle mosse del premier, al quale detta modi, tempi e parole. Incurante di passi falsi e trovate da avanspettacolo. D’altra parte il potere si mantiene – se serve con sprezzo pure della pandemia – a colpi di annunci. in pandemia, hanno spesso esiti micidiali.


«Basta con le Casalinate». L’estate scorsa la frase sembrava diventare dogma dentro i capannelli dei parlamentari del Pd, insofferenti verso un Giuseppe Conte ancora disegnato da Mandrake e il suo Lothar Rocco Casalino. Erano i giorni degli Stati Generali in cui si doveva divinare il futuro del Paese post-Covid che la galassia dem (Nicola Zingaretti in testa) aveva digerito male, vedendoli come una passerella per la vanità del premier e di quel portavoce che sfuggiva a ogni canone: non stava in disparte, non stava in silenzio, non stava al suo posto. Sul pianeta della pandemia aveva cominciato a piazzarsi a due metri dal presidente del Consiglio nelle adddomesticate conferenze stampa; braccia conserte, gambe larghe, sguardo scrutatore come il bodyguard di una cantante con l’agorafobia.

Nei monologhi dell’avvocato del popolo, più che un addetto stampa Casalino pare un bassista rock. Due passi dietro il frontman, mossette stereotipate, quel toccare le corde giuste alla John Paul Jones dei Led Zeppelin, che un giorno disse: «Qualunque cosa suoni, tu detti il ritmo». Rocco ha il passo da spin doctor e la triste intellighenzia rossa non lo ha mai sopportato. Quando, all’invito di trovarsi un nuovo lavoro, è uscito il suo imbarazzante audio «Amore, ci sarà anche un Conte ter», lui ha davvero rischiato di volare fuori dalla finestra di palazzo Chigi a testa in giù. Poi è arrivata la seconda ondata e il virus cinese ha salvato Rocco Tarocco, come lo chiama Dagospia.

Così è ancora in sella, sempre più padrone del destino del premier, delle sue gaffe, dei suoi ritardi agli appuntamenti tv con gli italiani, delle sue trovatine da avanspettacolo. Come l’ultima, quella di salire su un Falcon dell’aeronautica militare per volare a Bengasi a baciare la pantofola del generale Khalifa Haftar, signore libico della guerra. Una legittimazione internazionale in cambio della liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo; Casalino non ci ha pensato un attimo, il fine giustifica i mezzi. E per fare il fenomeno ha mandato sugli smartphone dei giornalisti amici la geolocalizzazione del luogo dell’incontro rischiando di creare un incidente diplomatico. Capita la figuraccia da dilettante allo sbaraglio, si è giustificato: «Tutta colpa del cellulare».

Rocco non sbaglia mai. E protegge l’infallibilità con sfuriate al telefono; chi ha subìto un suo shampoo sostiene che non ha nulla da invidiare a quelli di Matteo Renzi nella stagione da premier. Oggi le Casalinate continuano, come le Cassanate calcistiche dei tempi d’oro. Anzi sono la cifra del governo Conte. E vanno oltre il metodo di comunicazione che porta il suo nome, caratterizzato dalle fughe di notizie centellinate a un quotidiano o a una tv per vedere – come cantava Enzo Jannacci – «l’effetto che fa».

Una strategia spericolata adottata durante la pandemia con conseguenze micidiali: la fuga da Milano a inizio marzo, l’incertezza dei cittadini riguardo alle regole, agli scenari sanitari, alle prospettive future. Il contrario degli interventi di Angela Merkel. Un andare per tentativi, un saggiare l’opinione pubblica per abituarla alle restrizioni prima che entrino in vigore. Con la possibilità di mitigarle nei Dpcm se vengono accolte male. In tutto ciò va notato il ruolo subalterno di molta stampa disposta a raccogliere da terra le veline lasciate cadere dall’uomo-ombra del premier per rilanciarle senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.

Un carnevale della fake news, un procurato allarme in allegria che non ha inventato Casalino, ma arriva da lontano. È la scuola di Alastair Campbell, lo spin doctor di Tony Blair, che teorizzò la sostituzione sistematica della politica del fare con quella dell’annunciare, perfettamente incarnata in Italia dalla stagione di Renzi al potere. Dove dieci slide e slogan come «Decreto sblocca Italia», «Una riforma al mese» e «Rivoluzione giustizia» riempivano di nulla il vuoto governativo. Rocco e i suoi fratelli (i 30 ragazzi della batteria per la comunicazione di palazzo Chigi) si sono limitati ad aggiornare i maestri.

Nessuno crede più che l’ingegnere di Ceglie Messapica (Brindisi) cresciuto alla scuola del Grande Fratello sia solo l’addetto stampa messo da Luigi Di Maio alle costole del capo del governo per controllarlo. Oggi Casalino è molto di più, è un sottosegretario alla Presidenza senza essere passato dalle elezioni, senza titoli né giuramenti sulla Costituzione. È un piccolo cardinal Richelieu che detta i tempi e i modi delle uscite pubbliche di Giuseppe Conte, ricuce con le regioni, corregge, blandisce, protegge il capo nella stagione del cupo regime sanitario. È il Domenico Arcuri della parola. È Norman, il servo di scena che toglie le scarpe al capocomico in catalessi ma quando è in teatro gli ricorda le battute e gli modella l’anima.

Una carriera folgorante per l’ex ragazzone di 48 anni nato in Germania, che si laureò in ingegneria gestionale a Bologna e scrisse sul curriculum di avere ottenuto un master in business administration alla Shenandoah University di Winchester (Usa), smentito a stretto giro dallo stesso ateneo della Virginia. Un destino nel controverso mondo della politica per il brillante uomo immagine della scuderia di Lele Mora folgorato sulla via di Beppe Grillo. Di lui parlò così due anni fa Cristina Plevani, la vincitrice della prima edizione del Grande Fratello: «Abbiamo lavorato insieme ma non credo di essergli simpatica. Allora mi diceva che non ero abbastanza intelligente per discutere con lui perché non ero laureata. E io pensavo: ma anche con la laurea puoi essere un cretino». È l’alter ego di Conte e come portavoce guadagna più di lui: 169 mila euro contro i 114 del premier.

A sinistra lo sopportano in pochi e i suoi detrattori ricordano quando a Domenica in fu ipnotizzato da Giucas Casella, «ma si risvegliò». Ufficialmente sono tutti allineati per due motivi: è gay e da lui si deve passare. I suoi inizi nel governo Conte furono disastrosi. Nel giorno del crollo del ponte Morandi, ai cronisti che lo tempestavano di telefonate, rispose: «Piantatela di rompere, ho diritto anch’io a qualche giorno di ferie».

Durante la crisi dei gilet gialli postò un emoticon con il dito medio sotto una foto di Emmanuel Macron. Arrivò a minacciare i tecnici del Tesoro che erano in cerca dei fondi per il reddito di cittadinanza: «Se non vogliono uscire i soldi, nel 2019 faremo fuori una marea di gente del Mef. Questi pezzi di m…, non è accettabile che non trovino 10 miliardi del ca…». In passato aveva sentenziato: «I vecchi mi fanno schifo, i ragazzi down mi danno fastidio». Un lord, insomma.

Per un periodo le sue intemerate poco criptate hanno messo di cattivo umore anche i suoi sponsor storici, Grillo e Di Maio. Nessun problema, il furbo spin doctor si è appoggiato a Vincenzo Spadafora, ad Alfonso Bonafede e tramite quest’ultimo (trapiantato a Firenze) ha lanciato un ponte verso Maria Elena Boschi e verso la sinistra. Dove fino a un anno e mezzo fa era un appestato. Teresa Bellanova: «Le sue sono parole rozze e volgari». Roberto Gualtieri: «È un personaggio arrogante e indegno». Michele Anzaldi: «È accusato dalle tv di usare metodi ricattatori». Oggi c’è un silenzio da nevicata nella steppa, le poltrone stemperano ogni livore.

Nei corridoi di palazzo Chigi gira un motto: Casalino scrive e Conte legge. Tre esempi recenti, il primo vincente. A metà novembre, per distogliere l’attenzione dal fallimento delle strategie governative palazzo Chigi pubblica su Facebook una letterina di Natale del piccolo Tommaso Z. di Cesano Maderno: «Caro presidente Conte, sono preoccupato per Babbo Natale e volevo chiederle se può fare un’autocertificazione speciale per consentirgli di consegnare doni a tutti i bambini del mondo». Una Casalinata da collezione. Giorgio Gori, che ebbe la responsabilità di inventare il GF italiano, ha qualche dubbio: «La missiva non sembra scritta da un bimbo di cinque anni». Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, va giù più pesante: «Il finto bambino che scrive una finta letterina è robaccia da Saddam Hussein». Rocco non deflette e risponde con una trovata da David Lettermann: manda Tommaso da Barbara D’Urso a intenerire le nonne. Chapeau.

Il secondo esempio è perdente. A fine novembre, quando si materializza la fibrillazione per il rimpasto chiesto da Renzi, i giornali riportano frasi come «non possiamo soddisfare le ambizioni di qualcuno che avendo fondato un partito nuovo non ha ottenuto ciò che voleva». Sono attribuite a Conte, succede il finimondo e Casalino (che in molti indicano come il suggeritore degli articoli) è costretto a smentire. Il messaggio passa comunque con effetto boomerang: Renzi furente si mette in modalità #staisereno.

Il terzo esempio dimostra quanto sia indispensabile, per un premier modesto come Conte, la cura Casalino. È sufficiente che alle maglie della selezione di chi fa le domande sfugga un giornalista vero (prima Alberto Ciapparoni di Rtl, poi Jana Gagliardi di Sky) per vedere il premier sulla graticola farfugliare o minacciare in un italiano maccheronico.

Senza il filtro di Rocco lui va a picco. Per questo va protetto, tenuto lontano dagli interrogativi che scottano. E il Richelieu di Ceglie sa come fare. L’ideale sono le dirette Facebook senza interlocutori che nei mesi scorsi sono arrivate a quintali. Quando voleva sfuggire alle domande scomode, Ronald Reagan faceva accendere il motore dell’elicottero presidenziale prima di uscire nel prato della Casa Bianca dov’erano assiepati i cronisti. E allungando il passo verso il velivolo indicava un orecchio: «Scusate, non vi sento». Altri tempi, altra classe. Oggi basta il codice Rocco e tutti a cuccia.

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