La Commissione Ue presieduta da Ursula von der Leyen, tra ecofollie e uscite maldestre, sta portando il Vecchio continente verso il baratro. Una crisi nera sancita anche dalle dure parole del vice presidente Usa J. D. Vance («L’Europa si salvi da sola») e di Mario Draghi («Fate qualcosa»).
«Quando, nel 2019, mi sono presentata di fronte a voi con il programma per un’Europa verde, digitale e geopolitica, so che alcuni avevano dei dubbi. Guardate, invece, dove si trova l’Europa…». A un passo dal precipizio, più o meno. È trascorso un’abbondante annetto dalla spericolata esortazione di Ursula von der Leyen, vanagloriosa presidente della Commissione. Quei fondati dubbi, intanto, sono diventati robuste certezze. L’Europa è in crisi nera: politica, economica, identitaria. Stavolta, ne sono tutti certi. Non solo i soliti sfascisti nel Parlamento di Bruxelles. Oppure i malfidi colonizzatori trumpiani. Perfino il venerato Mario Draghi, ex premier italiano e già capo della Banca centrale europea, rifila epici sganassoni. Proprio lui: «Una delle menti economiche più grandi d’Europa», spiega la baronessa teutonica lo scorso luglio. Gli chiede, dunque, di preparare un decisivo report sui destini della competitività continentale. S’appropria persino del suo mitologico inno: «Whatever it takes». Prepariamoci a fare la qualsiasi. Il Parlamento europeo, il 18 febbraio scorso, lo accoglie come un messia. Aspetta i vaticini di quella relazione. SuperMario, invece, deflagra: «Non potete dire no a tutto». Per poi aggiungere: «Quando mi chiedete cosa sia meglio fare ora, io dico: “Non ne ho idea, ma fate qualcosa”». Insomma, vista l’estenuante melina, il suo epico proponimento diventa un’accorata esortazione: «Do something».
La baronessa nel suo labirinto, parafrasando il titolo del celebre romanzo di García Márquez. Un dedalo di errori e inconcludenze. A sette mesi dalla sua risicata elezione, Ursula è più imbambolata che mai: recessione, migrazioni, guerra in Ucraina, rivoluzione verde. Un passo avanti e due indietro. La Commissione sembra travolta dagli eventi. Proprio mentre alla Casa Bianca è tornato quello schiacciasassi di Donald Trump. Un’incerta temporeggiatrice contro un decisionista al fulmicotone. Lei arranca, lui avanza. L’Europa balbetta, gli Stati Uniti tuonano. Emblema del cincischiamento è il solito Green deal. «Sarà il nostro uomo sulla Luna» dice nel 2019 Von der Leyen. Cinque anni dopo, vista la generale avversione, rimodula: «Siamo per soluzioni pragmatiche e non ideologiche».
Ottenuti i voti di Verdi e Socialisti, indispensabili per la sua rielezione, ritorna al passato: «Manterremo la rotta». Proprio mentre s’avvicina lo schianto. Adesso, vagamente, assicura: «C’è lo stesso obiettivo, ma vogliamo raggiungerlo meglio e più velocemente». Conferma la neutralità climatica entro il 2050, quindi. Non ci credono nemmeno i remigini, ormai. Lei però sembra Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie. Non riesce proprio a dire: «Ho sbagliato». Dunque, si prosegue con il diabolico perseverare. Certo, ora ammette: «Dobbiamo ridurre la complessità per le aziende». Insomma, servirebbe una specie di sburocratizzazione color pisellino primavera. Ovvero? Boh. Intanto, il 26 febbraio 2025 la baronessa presenta il «Clean industrial deal». Come d’abitudine, il programma pare fumosetto. È stato però preceduto da dati lampanti, appena pubblicati nel report Delivering the Ue Green deal. Laddove si certifica l’atroce sospetto: solo il 21 per cento degli obiettivi è stato raggiunto. Il resto è in alto o in altissimo mare. Con buona pace del barbuto sciamano olandese Frans Timmermans, fu commissario alla Transizione ecologica, sostituito dall’ancor più ideologica Teresa Ribera. Avanti tutta, comunque. Nei cunicoli ursuleschi, però.
Per le auto, per esempio, rimane fissata la data dell’imminente catastrofe: dal 2035 si venderanno solo elettriche. Fonti anonime della Commissione lasciano però trapelare un’apertura sulle ibride. Dunque? Ancora una volta: boh. Come al solito: un passo avanti e due indietro. Anche perché Von der Leyen è vittima pure della sua doppiezza. Agli alleati, pur di ottenere l’appoggio, ha giurato marmorea continuità. Tanto che adesso i socialdemocratici criticano persino l’annunciata semplificazione: «Non accetteremo che vengano limitate le nostre ambizioni in nome della competitività» dice Alex Agius Saliba, vicepresidente del partito a Bruxelles. Al suo Ppe, invece, Von der Leyen prometteva il sano realismo chiesto dal capogruppo, Manfred Weber, che assicura: «Se riusciremo a ottenere la maggioranza alle prossime elezioni, annulleremo il divieto ai motori a combustione». Proposito che sembra condividere Friedrich Merz, leader della Cdu, atteso come nuovo cancelliere in Germania. Non a caso, Von der Leyen ha già concesso il via libera ai carburanti sintetici: antidoto tedesco all’avanzata delle auto elettriche, che stanno distruggendo l’industria automobilistica del Paese.
Ursula continua a vagare nel suo dedalo, imboccando solo vicoli ciechi. Anche sulle case green restano le vecchie imposizioni: cappotto termico, nuovi infissi, riscaldamento efficiente. Spesa media: 50 mila euro per abitazione. Ogni Stato si adopererà per ridurre il consumo energetico del 16 per cento entro il 2030. E rimane l’obbligo di rottamare le caldaie a gas entro il 2040. Si ipotizzavano due correzioni: riscrivere la norma o fissare come obiettivo unico il 2050? Ursula, anche in questo caso, sfoglia la margherita. Nel frattempo, Donald sale sul carro armato. Conferma gli annunci della campagna elettorale. Blocca il piano per diffondere le colonnine di ricarica. Sospende gli incentivi al settore. Del resto, aveva rinominato il «Green new deal»: truffa ecologista, «green new scam». Anche le temibili intenzioni sui dazi saranno mantenute: «L’Europa dovrà pagare un prezzo molto grande». Ursula promette: «L’Ue reagirà». Proprio mentre Draghi spiega agli eterni traccheggianti che il problema non sono gli Stati Uniti. Il suo commento sulquotidiano Financial Times è intitolato: «L’Europa ha posto con successo i dazi su sé stessa». Come Tafazzi, continua a martellarsi gli zebedei con una deprecabile bottiglia di plastica. Qualche giorno dopo, l’ex premier italiano striglia l’Europarlamento. Intelligenza artificiale, prezzi del gas, gabelle americane: per non soccombere, bisognerebbe unirsi. E pure rapidamente. Il tempo, aggiunge Draghi, non è dalla nostra parte. Anche perché «l’Ue sarà lasciata sola a garantire la sicurezza in Ucraina e nella stessa Europa». Intanto, va in scena l’avvilente summit di Parigi sul conflitto voluto dal presidente transalpino, Emmanuel Macron. A capotavola, manco a dirlo, c’è lei: la sorridente Ursula, attorniata dai leader europei.
Meglio dell’Artemio Altidori de I mostri, l’ex pugile che le busca sempre mentre ripete mezzo rintronato: «Eh, so’ contento…». Un altro rumoroso sganassone lo rifila il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance. Il suo discorso riecheggia le critiche di Draghi, l’acclamato salvatore. Il discorso dell’autore di Elegia americana viene invece accolto dai potentoni continentali come inaccettabile lesa maestà. Eppure, ribadisce: l’Europa deve salvarsi da sola. L’antagonista non sarebbe la Russia di Vladimir Putin. E nemmeno la Cina di Xi Jinping. L’Ue dovrebbe guardarsi da un «nemico interno», piuttosto: il wokismo che censura chi la pensa diversamente, nega la parola agli antiabortisti, dileggia partiti sgraditi. Ricorda l’attentato islamista a Monaco di Baviera: «I cittadini europei non hanno votato per aprire le frontiere a milioni di immigrati». Conclusione: «Se avete paura dei vostri stessi elettori, l’America non può fare nulla per voi».
Sul suo social X, Elon Musk sottoscrive. Sono mesi che tenta di destabilizzare. Il sostegno ad Alice Weidel, leader della formazione di estrema destra Alternative für Deutschland: la «miglior speranza per la Germania». Le accuse al premier britannico, Keir Starmer: un «essere spregevole». La proposta di rinominare la Manica: «canale George Washington». Infine, il lancio ufficiale del movimento «Mega per l’Europa», che riprende lo slogan trumpiano. Il progetto scalda i sovranisti europei: i Patrioti, guidati dal premier magiaro Victor Orbán, ormai il terzo gruppo a Bruxelles. Del resto, l’imprenditore più facoltoso del pianeta, dopo la tormentata nascita dell’Ursula bis, aveva scritto: «Il Parlamento europeo dovrebbe votare direttamente sulle questioni, non cedere autorità alla Commissione». Ursula tace, intanto. E Trump che dice di voler annettere la Groenlandia? Elegantemente, lei sorvola. Le guerre commerciali? Con grazia, attende. Noblesse oblige. La baronessa porge l’altra rosea guancia. Sempre più smarrita nel suo labirinto.