Da Cuba al Brasile, dalla Bolivia alla Colombia e al Messico. Tutti gli appoggi del potere continentale al neo rieletto Nicolás Maduro. Mentre il «suo» Venezuela affonda.
A quasi un mese e mezzo dal voto presidenziale venezuelano, «la maggiore frode elettorale della storia dell’America latina» a detta di premi Nobel (il colombiano Manuel Santos) e premi Pulitzer (l’argentino Andrés Oppenheimer), due cose sono chiare. La prima è che il dittatore del Venezuela, Nicolás Maduro Moro, ha usato il voto per trasformare definitivamente il Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo in una replica perfetta del regime di Cuba. Un processo iniziato appena salito al potere nel 2013 se è vero che già l’anno successivo la rivista britannica The Economist coniò la parola «VeneCuba» proprio per indicare come, già all’epoca, i due Stati fossero la stessa cosa politicamente ma, soprattutto, dal punto di vista militare, con i servizi dell’isola caraibica che gestivano gli 007 di Caracas, super-visionavano i controlli doganali e controllassero gli uffici del catasto e la biometria. Ora l’unione è assoluta visto che è direttamente l’Avana a gestire la repressione dopo la massiccia frode elettorale di Maduro che a fine agosto aveva già fatto arrestare circa tremila venezuelani, molti dei quali scrutinatori ai seggi dell’opposizione. Secondo informazioni raccolte da Panorama, sono infatti almeno 32 i voli partiti da Cuba e atterrati in Venezuela tra la notte del 28 luglio e nei due giorni successivi, tutti carichi di milizie e soldati. Tra questi le cosiddette «Vespe Nere» (Abispas Negras) delle Forze armate rivoluzionarie (Far) cubane, riprese in video poi diffusi sui social mentre pattugliano le strade delle principali città del Paese sudamericano.
Non bastasse, lo scorso 27 agosto, Maduro ha nominato un membro del G2, il servizio segreto cubano che fa la spola tra Nicaragua, Guyana e Russia, come ministro del Turismo. Si tratta di Leticia Gómez, nata a Cuba ed entrata per la prima volta a Caracas nel 2001 con l’aiuto di Manuel Marrero Cruz, l’attuale primo ministro di cubano. Anche se poi è stata «naturalizzata», una chiara violazione della Costituzione che il presidente sempre sventola durante le sue conferenze stampa, visto che l’articolo 244 della Magna Carta fatta approvare da Hugo Chávez nel 1999, impone che un ministro «deve essere nato in Venezuela». Ma per Gómez, che diffonde sui suoi social fotografie mentre sorride stringendo la mano di Raúl Castro, fratello di Fidel, la Costituzione di Chávez evidentemente non conta più nulla. Lo dimostra anche il fatto che nella maggior parte dei casi di sparizioni forzate, torture e detenzioni sono coinvolti organi al servizio dello Stato, come la Direzione generale del controspionaggio militare (Dgcim), il Servizio nazionale bolivariano di Intelligence (Sebin) e la Guardia nazionale bolivariana (Gnb).
La seconda evidenza sulle presidenziali del 28 luglio scorso è che «la maggiore frode elettorale della storia dell’America latina» è stata programmata da tempo e con cura da Maduro, con la complicità e l’aiuto di altri sei Paesi latinoamericani oltre a Cuba, ovvero Nicaragua, Honduras, Bolivia, Brasile, Colombia e Messico, che hanno fatto di tutto per mantenere il presidente de facto al potere fino al 2031, seppur con narrative differenti. Da notare che tutti sono membri del Gruppo di Puebla, ovvero il braccio politico ed oggi istituzionale del Foro di San Paolo, il «club» di movimenti politici e gruppi armati della sinistra latinoamericana fondato dopo il crollo del Muro di Berlino da Fidel Castro e Lula. Come previsto, i dittatori del Nicaragua e di Cuba, il sandinista Daniel Ortega ed il castrista Miguel Díaz-Canel di Cuba, si sono schierati con Maduro non appena il Consiglio nazionale venezuelano ha annunciato il «trionfo» del delfino di Chávez, senza presentare neanche un verbale e chiudendo il suo sito, la sera del 28 luglio stesso. A loro si è aggiunta dopo 12 ore la presidente dell’Honduras Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Manuel «Mel» Zelaya all’epoca a libro paga di Chávez, con Tegucigalpa che ha mandato i suoi vertici militari a Caracas, dopo essersi consultata con Cuba. Dopo 24 ore si è aggiunto il presidente boliviano Luis Arce, che ha approfittato di quel voto «fake» per mettere sotto contratto la stessa azienda tecnologica usata da Maduro per la sua maxi-frode elettorale, l’argentina Ex-Clé. Arce userà i suoi servizi a dicembre, quando i boliviani voteranno per un referendum ma, soprattutto, per scegliere a suffragio universale tutti i magistrati, inclusi quelli della poderosissima Corte costituzionale del Paese andino. Un esempio, quello del voto popolare per il potere giudiziario introdotto nel 2017 da La Paz, che anche il Messico del presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO) vuole seguire, attirandosi le ire degli Stati Uniti.
A differenza di Cuba, Nicaragua, Honduras e Bolivia, Paesi come Brasile, Colombia e Messico hanno scelto una strategia diversa ma, dal punto di vista diplomatico, sono stati di sicuro più funzionali nell’aiutare Maduro a uscire dall’isolamento internazionale. A fine agosto, infatti, America Latina a parte, il regime di Caracas è stato riconosciuto da Russia, Iran, Siria, Corea del Nord, Bielorussia, Cina e Pakistan. Luiz Inácio Lula da Silva, Gustavo Petro ed AMLO hanno fatto tutto il possibile per fare guadagnare tempo a Maduro, avanzando una proposta per chiedere ciò che da oltre un mese tutto il mondo democratico vuole, ovvero che il regime mostri i verbali elettorali che attestano il «trionfo» del dittatore di Caracas. Il consigliere di Lula in Politica estera, Celso Amorim, ha addirittura detto di non credere ai verbali elettorali pubblicati online dall’opposizione e chiesto la ripetizione delle presidenziali.
Una proposta fatta sua anche da Lula, che non può compromettere le relazioni con Maduro visto che il venezuelano conosce tutti i retroscena dell’attuazione di Odebrecht a Caracas negli ultimi 20 anni. In questo contesto, rivelatore il «pizzino» inviato dallo stesso presidente per interposta persona, ovvero attraverso il dittatore del Nicaragua Daniel Ortega durante la riunione online dell’Alba, l’Alleanza bolivariana delle Americhe del 26 agosto scorso. «Se vuoi che il popolo bolivariano ti rispetti, rispetta la vittoria del presidente Maduro, Lula» ha detto il leader sandinista, sottolineando poi che «non è stato un governo molto pulito il tuo, ricordatelo bene Lula, perché io potrei dire una dozzina di altre cosette…». Un pizzino tra compagni, insomma, ma molto significativo. Al di là delle liti, vere o presunte, tra i presidenti compagni dell’America latina, se Maduro rimarrà per altri sei anni, secondo tutti gli esperti ripartirà l’esodo di massa dei venezuelani. La diaspora che ha già fatto emigrare negli ultimi dieci anni oltre otto milioni di persone, un quarto dell’intera popolazione, dovrebbe aggiungerne altri cinque, secondo le stime della leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado. Una migrazione cui dovrà fare fronte soprattutto la confinante Colombia, che già ne accoglie oltre due milioni e mezzo.
I venezuelani fuggono dalla repressione feroce ma anche da un’economia al collasso, con stipendi medi per gli insegnanti pari all’equivalente di cinque euro al mese e un costo della vita simile a quello italiano. L’economia è oramai di fatto «dollarizzata», nel senso che il prezzo di beni e servizi è scambiato nella valuta statunitense cui ha accesso solo il 5 per cento della popolazione che fa parte della «nomenklatura» del regime. Un altro 25 per cento sopravvive grazie ai sussidi di Stato in cambio dell’appoggio alla dittatura. Il resto dei venezuelani vive invece in estrema povertà e, dopo avere perso l’ultima speranza di un cambiamento con le recenti presidenziali, ora non ha alternative se non la fuga. Un esodo forzato, insomma, anche perché l’inflazione in «bolivar», la valuta ufficiale, continua a essere una delle più alte al mondo. E per questa «febbre» altissima Nicólas Maduro è il medico peggiore.