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Ansia e depressione: se fosse (anche) colpa dell’intestino?

Ansia e depressione: se fosse (anche) colpa dell’intestino?

Uno studio di una giovane ricercatrice milanese analizza i rapporti tra il microbiota e alcune patologie della mente.

I batteri presenti nel nostro intestino potrebbero avere un ruolo anche nello sviluppare malattie come la depressione e l’ansia, soprattutto in determinate categorie di pazienti. Un nuovo studio finanziato da Fondazione Humanitas per la Ricerca ETS apre scenari inesplorati su quanto il microbiota (così viene definita la “popolazione” di microrganismi) possa influenzare la nostra mente: la ricercatrice che se ne occupa è Sara Carloni, milanese di 38 anni e Assistant professor di Microbiologia a Humanitas University. «Se riusciamo a conservare il microbiota in “equilibrio”, ne trae vantaggio tutto l’organismo. Ormai è chiaro il rapporto che intercorre tra questa popolazione intestinale e il cervello» spiega Carloni. Abbiamo visto che determinati malati, come chi soffre di colite ulcerosa o morbo di Crohn, tendono a soffrire anche di ansia e depressione, disturbi finora considerati solo di origine psicologica.

Con le nostre ricerche abbiamo dimostrato, invece, che spesso l’ansia e la depressione sono collegate a uno squilibrio nel microbiota intestinale, che attraverso l’asse intestino-cervello, influisce sulla mente, favorendo stati di disagio in chi già soffre di patologie intestinali croniche”.  Intestino e cervello quindi sono strettamente connessi, così come del resto si sta dimostrando in numerosi studi e trial portati avanti in tutto il mondo: la nostra mente non è inespugnabile e il nostro cervello, per star bene, ha bisogno che anche l’intestino sia in forma. Per questo “curare” il microbiota risulta d’aiuto per garantire benessere a tutto l’organismo. “C’è ancora molto da scoprire sui batteri che vivono nell’intestino, soprattutto su come comunicano tra di loro» continua Carloni. «Oggi, per esempio, sappiamo che il microbiota è diverso tra uomo e donna, che muta con l’avanzare dell’età e, naturalmente, con l’alimentazione e altri fattori esterni.

Grazie alla collaborazione con i ricercatori del Program di Neuroscienze di Humanitas, inoltre, abbiamo dimostrato che esiste una ‘barriera’ nel cervello, che si chiude in caso d’infiammazione intestinale cronica proprio per proteggere il cervello stesso. La chiusura di questa barriera protettiva, però, modula – in modi ancora da esplorare – il passaggio di altre molecole nel cervello, con conseguenze sul nostro umore”. spiega la studiosa supportata da Fondazione Humanitas per la Ricerca ETS. Queste scoperte aiuteranno anche a superare lo stigma che ancora, a volte, esiste attorno a pazienti che manifestano depressione o altre problematiche, e a non separare nettamente gli ambiti delle diverse patologie. «Aver capito questo stretto legame tra cervello e intestino ci permette di guardare i pazienti che soffrono di problemi intestinali con occhi diversi» conclude la micriobiologa. «Di considerare i loro sbalzi d’umore o la loro ansia come un sintomo collegato alla loro malattia, non come una manifestazione indipendente”.

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