Una delle più affascinanti ipotesi della cosmologia suggerisce che il nostro universo è situato all’interno di un buco nero. Quest’ultimo sarebbe poi, a sua volta, parte di un altro universo genitore di quello nostro. Conosciuta come “teoria dell’universo rotante”, questa ipotesi fa parte della cosiddetta “cosmologia non standard”, una serie di modelli cosmologici alternativi al modello generalmente accettato dai fisici e coerente con la teoria del Big Bang (modello Standard). L’idea è che forse il nostro universo è scaturito da un lungo processo attraverso il quale uno spazio inizialmente molto rarefatto ha dato luogo alla formazione di vari buchi neri, ciascuno dei quali racchiude al centro il suo Big Bang. Tanti buchi neri, tanti universi quindi. Ma con un destino segnato: questi mostri cosmici evaporerebbero a poco a poco emettendo radiazione. E al termine ci sarebbe un tremendo impulso di radiazione. Quando? Occorrerebbe attendere un numero di anni che si scriverebbe come 10 seguito da 66 zeri.
Ora il punto è: quanto è credibile che il nostro universo sia contenuto in un buco nero? Finora era una speculazione dei fisici teorici, ma oggi diviene un’ipotesi con solide fondamenta costituite da osservazioni astronomiche. Quello che è successo è che il James Webb Space Telescope (JWST) il più grande telescopio spaziale, dotato di strumenti ad alta risoluzione e progettato per condurre astronomia infrarossa, ci ha fornito immagini di 263 galassie vecchie nel tempo di cui il precedente telescopio spaziale Hubble non era in grado di fornirci alcuna informazione.
Queste immagini sono state al centro di una recentissima analisi poi pubblicata su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society a firma dell’astrofisico Lior Shamir, professore associato al dipartimento di Compute Science Computer Science della Kansas State University. Questa analisi ci ha rivelato che circa due terzi delle galassie osservate mostrano una rotazione in senso orario, mentre solo circa un terzo ruota in senso antiorario. Questa significativa asimmetria contraddice la nostra intuizione di uno schema casuale e uniformemente distribuito delle direzioni di rotazione galattica. Insomma, mette in crisi l’idea che non c’è una direzione privilegiata nell’universo. La disparità è così pronunciata che possiamo concludere che esiste un “pattern” nelle rotazioni galattiche, una sorta di segnale su quale possa essere la natura del nostro universo. È come se ci fosse una direzione di rotazione, e ciò è compatibile con l’idea di un universo rotante dentro un buco nero.
In altri termini, questa inaspettata distorsione rotazionale sfida il Principio Cosmologico, che postula che invece l’universo è omogeneo e isotropo (cioè non ha direzioni privilegiate di rotazione) su larga scala. « Questa direzione di rotazione intrinseca » dice Shamir « implica che l’universo potrebbe essere nato con una rotazione globale. Tale scoperta richiede una rivalutazione dei modelli cosmologici esistenti e potrebbe fornire spunti su questioni irrisolte». Una di queste è proprio quella della cosmologia del buco nero: « Questo modello propone che il nostro universo osservabile risieda all’interno di un enorme buco nero in un universo genitore più grande» aggoiunge Shamir « In questo senso la rotazione dell’universo potrebbe essere ereditata dal momento angolare del buco nero genitore, influenzando la dinamica rotazionale delle galassie». Le osservazioni del James Webb Space Telescope studiate da Shamir sembrano confermare proprio questa conclusione.
Si tratta comunque di osservazioni che soltanto corroborano l’ipotesi dell’universo dentro un buco nero, ma non bisogna dimenticare che il Modello Standard ha enormi prove a suo favore. Intanto, in attesa di ulteriori indagini, quello che ci resta è una nuova affascinante prospettiva sull’origine e la struttura dell’universo. Con le sue implicazioni, tra le quali quella che i buchi neri fungono da ponti verso altri universi.