La voglia di tornare alla normalità è tanta. Il mondo vuole recuperare i suoi spazi sociali. I bambini bramano il banco di scuola. I lavoratori il posto di lavoro. I viaggiatori un aereo su cui volare. I tifosi uno stadio pieno. I cantanti il loro pubblico. L’elenco dei desideri di ritorno a una vita reale è lungo e giusto. Ma c’è qualcosa che dovremmo conservare di questa esperienza di emergenza. In questi mesi di lockdown e di tragici bollettini giornalieri gli italiani hanno potenziato il loro senso di solidarietà, hanno fatto dell’aiuto al prossimo una ragione di vita. Il Talmud narra – trattato di Shabbat – che un giorno un uomo non ebreo andò da Hillel il Vecchio per esprimergli il desiderio di convertirsi all’ebraismo. Gli chiese: «Insegnami tutta la Torah stando su un piede solo». Il saggio Hillel rispose: «Non fare agli altri ciò che è male per te. Questa è tutta la Torà, il resto è commento. Ora va e studia!».
Seppur a volto coperto e senza potersi abbracciare, nonostante la distanza sociale e i rischi di contagio, centinaia di migliaia di italiani hanno fatto la spesa per il vicino di casa, si sono affacciati al balcone per chiedersi se il dirimpettaio stava ancora bene, hanno comprato mascherine per regalarle agli anziani, si sono messi in fila in farmacia per qualcun altro. E non hanno chiesto nulla in cambio. Una catena virtuosa di solidarietà, di attenzione e amore per il prossimo che dobbiamo assolutamente custodire e mantenere anche fuori dalle emergenze. Il Talmud narra – trattato di Shabbat – che un giorno un uomo non ebreo andò da Hillel il Vecchio per esprimergli il desiderio di convertirsi all’ebraismo. Gli chiese: «Insegnami tutta la Torah stando su un piede solo». Il saggio Hillel rispose: «Non fare agli altri ciò che è male per te. Questa è tutta la Torà, il resto è commento. Ora va e studia!». Hillel volle esprimere il precetto dell’amore fraterno nella sua forma negativa: «Non fare agli altri…», perché non espose il precetto nella sua semplice forma positiva, come figura nella Torah: ama il tuo prossimo come te stesso…? La risposta è che Hillel, nella sua profonda saggezza, preferì dare al precetto una forma che lo spiegasse e lo chiarisse meglio. «L’amore è cieco»: è una verità che tutti accettiamo; l’amore più cieco, però, è quello nei confronti di noi stessi. Ci rendiamo benissimo conto dei difetti del nostro carattere. Nessuno conosce meglio di noi le nostre manchevolezze e, tuttavia, l’amore verso noi stessi è così forte che annebbia la nostra coscienza e non ci permette di riconoscere appieno le nostre mancanze, anzi troviamo ogni sorta di attenuanti per le nostre azioni riprovevoli. Ora, esaminiamoci onestamente e analizziamo le nostre reazioni quando qualcuno si accorge dei nostri difetti e ce li fa notare. Ci sentiamo offesi, non perché l’osservazione non sia giusta, sappiamo anche troppo bene che costui ha notato un nostro reale difetto, ma perché sentiamo che le nostre manchevolezze hanno lasciato in lui un’impressione sfavorevole, che non dimenticherà tanto facilmente. In altre parole, egli ha strappato il velo che l’amore verso noi stessi aveva steso sui nostri difetti e ci ha obbligato a rendercene pienamente conto – cosa che generalmente riesce proprio insopportabile. Hillel dice: «Se non potete sopportare che venga strappato dai vostri occhi il velo dell’amore per voi stessi, allora non strappatelo dagli occhi degli altri!». Estendete anche a loro quell’amore che provate per voi stessi e quando notate i difetti degli altri, siate indulgenti, non date peso a essi, proprio come fate per i vostri.
Durante i mesi di lockdown siamo stati tutti più solidali, più attenti a non criticare il prossimo, anzi lo abbiamo confortato e aiutato. Se portiamo nella società del domani questa sensazione, forse, il Covid sarà servito a qualcosa.