La nuova normativa sui servizi Cloud che si sta discutendo nell’Unione rischia di penalizzare le economie più deboli e di accentuare i divari tecnologici tra il Vecchio continente e un mercato globale più avanzato. Vanno trovate alternative per non causare forti costi al Paese e alle imprese.
La «nuvola» di internet è sotto osservazione. Nuove regole e nuove briglie all’orizzonte. Enisa, l’Agenzia europea per la cybersicurezza, guidata dall’italiano Luca Tagliaretti, ha proposto uno schema di certificazione europeo per i servizi Cloud (Eucs). Secondo le bozze disponibili, lo schema impedirebbe ai provider non europei di fornire servizi certificati con «elevato livello di garanzia». L’idea, in parole più semplici, è quella di imporre la localizzazione dei dati, le sedi per lo storage e l’elaborazione dei dati all’interno del territorio europeo. Le aziende con sede extra-Ue non dovranno detenere direttamente o indirettamente il controllo del cloud service provider. I dipendenti con accesso diretto o indiretto ai dati dovranno trovarsi in Europa o essere supervisionati da un dipendente domiciliato nell’Ue.
Qualora venisse approvata questa misura avrebbe quattro impatti principali concreti. Primo, ridurrebbe la capacità europea legata al cloud computing. Secondo, porterebbe alla frammentazione del digital single market europeo. Terzo, incrementerebbe i rischi per la cybersicurezza e, quarto, potenzialmente infrangerebbe le norme del commercio internazionale. In uno studio presentato la scorsa settimana, Ecipe, un think tank di ricerca indipendente, mostra come la misura proposta rischi di esacerbare il divario di crescita e la disparità tecnologica tra Ue e le altre economie avanzate, indebolendo anziché rafforzare la competitività delle imprese europee. In particolare si frenerebbe in modo sostanziale la diffusione nell’Ue dei servizi cloud che stanno avendo un ruolo cruciale nel garantire la competitività delle piccole imprese, nella modernizzazione delle pubbliche amministrazioni e nella loro trasformazione.
L’ultimo report della Commissione sui progressi della digitalizzazione in Europa mostra che le aziende europee sono ancora lontane dal raggiungimento degli obiettivi previsti nella « Digital Decade», in particolare su Cloud, Intelligenza artificale e big data. I requisiti previsti dall’Eucs potrebbero creare ulteriori rallentamenti e inefficienze operative, aumentando i costi di produzione per i fornitori dei servizi e per i clienti. Il think tank prosegue snocciolando anche numeri. Per valutare gli impatti macroeconomici, lo studio di Ecipe propone tre scenari di valutazione che variano la portata dei settori e dei casi d’uso coperti dall’ampio spettro di requisiti. Lo «scenario uno» è il più restrittivo, allineato alle ambizioni della Francia, e quindi mirato ad applicare i requisiti più stringenti nei settori governativi e commerciali che elaborano dati sensibili. In pratica, totale sovranità nazionale. Almeno nel caso della Francia, visto che Parigi è il solo Paese con corporation strutturate e abbastanza autonome. Gli scenari due e tre sono progressivamente meno restrittivi. Attraverso simulazioni, il documento confronta le previsioni con i risultati che incorporano gli effetti delle politiche di ciascuno degli scenari.
Gli impatti sono stimati sia a breve termine (circa due anni), sia a medio termine (cinque anni). Le principali conclusioni indicano che persino nello Scenario tre, il più soft, il Pil dell’Europa a 27 potrebbe contrarsi dello 0,2 per cento nel breve periodo e fino al 3,6 per cento nel lungo termine a causa della perdita di capacità cloud e dell’accesso limitato all’innovazione e alla crescita della produttività globale nel settore. Gli effetti sarebbero peggiori per le economie più piccole e dipendenti dai servizi digitali e di sistemi integrati di comunicazione. Settori come servizi finanziari, sanità, istruzione dovrebbero affrontare impatti enormi. A registrare però le peggiori perdite in termini nominali sarebbero gli Stati Ue più grandi.
A guidare Germania, Italia e Spagna. Lo studio evidenzia anche costi nel lungo termine per i Paesi meno sviluppati di Europa centrale e orientale. Le conclusioni? Rischi macroeconomici significativi legati all’inibizione dell’adozione di fornitori di servizi cloud al di fuori dell’Ue e suggerimento ai tecnci responsabili di considerare attentamente tali effetti economici più ampi nel contesto delle proposte dell’Eucs.
Mentre il mercato globale dei servizi Cloud crescerà in modo esponenziale nei prossimi anni trainato dal data analytics, dall’intelligenza artificiale e dalle soluzioni di commuting quantistico, e raggiungerà un valore di 2.080 miliardi di euro entro il 2030 (dai 529 miliardi del 2022), quello europeo rischia di essere colpito da un deficit di offerta. Le informazioni di mercato indicano chiaramente che i Cloud provider «nativi» dell’Europa non hanno la capacità di soddisfare la crescente domanda e non esistono alternative europee soddisfacenti che possano sostituire quelle extra Ue. Così l’Italia, sempre secondo lo studio nel breve periodo registrerebbe una perdita stimata di 66,25 miliardi di euro nel caso del primo scenario, 31,88 miliardi nello scenario 2 e 3,82 miliardi nello scenario 3. Ovviamente la differenza è enorme. Ci piace pensare che la politica, e speriamo pure la Commissione ancora guidata da Ursula von der Leyen, alla fine trovi un compromesso e le normative finiranno con il lasciare maggiori spazi per il libero mercato. In ogni caso resterebbero quasi quattro miliardi di maggiori costi a carico delle aziende.