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Canada, paradiso degli orsi

Canada, paradiso degli orsi

In intere regioni del Canada la popolazione convive con i grandi animali di cui anche da noi oggi si parla. Una quotidianità di rispetto e regole necessarie.


Diane Campeau è una donna minuta, parla francese come un docente della Sorbona ed è una ricercatrice sulla didattica per le culture indigene all’Università di Ottawa. Suo padre era un cacciatore della tribù Abenaki: è lui che le ha insegnato che l’orso è fratello dell’uomo. «Scuoiato, il suo corpo assomiglia molto a quello umano» dice. «Per generazioni gli aborigeni hanno vissuto in armonia con questi animali, scoprendo da loro con quali piante curarsi, usando i sentieri aperti dai grizzly nella foresta, cacciandoli per il solo sostentamento, non per sport».

Chi scrive vive a Kelowna, una cittadina della British Columbia, Canada. Nella lingua Nsyilxcan, Kelowna significa «femmina di Grizzly». È il segmento demografico responsabile del 70 per cento degli attacchi mortali registrati nel Paese dove sono stati inventati i parchi nazionali e che ospita quasi un milione di orsi, il 60 per cento della popolazione mondiale.

Gli attacchi all’uomo sono statisticamente rari, quelli fatali rarissimi: ogni anno non più di 2-5 casi in tutto il Nord America, mentre solo negli Usa fra le 30 e le 50 persone perdono la vita per l’aggressione di un cane. Si vive a contatto con gli orsi, ma anche con cervi, puma, coyote e procioni: il punto è che l’«outdoor», da questi parti, confina col giardino di casa. Le news riflettono questa realtà: c’è l’orso che si addormenta in un camion della nettezza urbana e si risveglia nel quartiere finanziario di Vancouver, tra broker in grisaglie e venditori di hot dog. C’è quello svenuto in un campeggio, in mezzo a montagne di lattine di birra trafugate, o che si è fatto di cocaina. C’è il tizio con parrucchino biondo che racconta del grizzly che, lacerandogli la tenda con una sola zampata, gli ha fatto lo scalpo.

È questo mix di folklore, ambientalismo ante litteram e prossimità fisica che fa dell’orso il convitato di pietra della vita canadese. Questo, e le endorfine dispensate dai «teddy bear», un’invenzione americana che Saint-Exupery considerava come «il principe della scienza pediatrica», e dai cartoni animati con Yogi e Bubu, che nel perenne tentativo di rubare cibo ai turisti sono icone intramontabili del lifestyle degli orsi. E della loro dieta. Sono onnivori. Per questo hanno una comprensione del loro ambiente molto più completa rispetto agli animali solo vegetariani o carnivori. Per il 90 per cento si nutrono di frutta e piante. Ma è quell’altro 10 per cento che li rende più intelligenti e capaci di catturare un salmone al volo con la bocca o di seguire un caribù per chilometri, lungo un sentiero di odori in costante cambiamento. Grandi viaggiatori, possono stabilirsi su un territorio di 200 chilometri quadrati, ma si ricordano perfettamente dove hanno trovato cibo. Anche a 10 anni di distanza.

All’orso è anche legato un tema economico, e non solo perché dà il nome alle fasi di ribasso di Borsa, una reminescenza di quando i commercianti vendevano le pelli senza averle ancora pagate o ricevute per speculare su un prezzo di acquisto più basso in un mercato declinante. I «bear lodge» da mille dollari a notte nella Great Bear Rainforest, a Vancouver Island, sempre pieni, sono solo una delle voci dell’«outdoor recreation» in Canada: un mercato da 40 miliardi di dollari all’anno, il 10 per cento in più del trasporto aereo e il doppio dell’automotive.

C’è poi il turismo del «trophy hunting», in cui si uccide per collezionare la testa, gli artigli e la pelle dell’animale. La caccia al grizzly è illegale quasi ovunque, ma 26 mila esemplari di orso nero vengono abbattuti ogni anno. È una questione controversa, come la corrida in Spagna, e sono in molti a chiederne il bando. Il dato empirico, però, è che l’osservazione degli orsi nel loro ambiente naturale è fino a 10 volte più redditizia della caccia, come ben sanno gli abitanti di Churchill, sul Golfo di San Lorenzo. Un posto dove è norma di buon vicinato lasciare aperte le auto parcheggiate in strada per offrire rifugio ai passanti quando gli orsi bianchi, e succede sempre più raramente, si fanno vedere in città a cercare cibo. Senza più il ghiaccio su cui spostarsi per la caccia alle foche, devono ampliare il loro raggio di ricerca, ma anche così oggi sono più piccoli dei loro «nonni» e digiunano in media 160 giorni l’anno, 60 in più che negli anni Ottanta. Rischiano di scomparire prima della fine del secolo.

A ogni buon conto in città c’è una «prigione» dedicata agli esemplari più intrepidi: ne hanno «arrestati» più di duemila in 30 anni. Un mese di «reclusione» e poi li rilasciano fuori città, ma i veri duri vengono aviotrasportati a 50 chilometri. Grizzly e orsi neri, invece, sono in crescita demografica, grazie all’ambientalismo degli anni Sessanta e Settanta. Ma anche qui ci sono gli effetti del cambiamento climatico: diminuiscono i salmoni nei fiumi, aumentano gi incendi boschivi, alluvioni e valanghe, così gli orsi tendono ad avvicinarsi di più agli insediamenti umani. E viceversa. Nella percezione comune, sono gli uomini ad aver invaso la bear land. «È come se qualcuno entrasse nella tua camera da letto e cominciasse a usare il martello pneumatico mentre dormi» filosofeggia un capotribù locale. Solo in British Columbia si registrano 20 mila «conflitti» all’anno: attacchi, danni alla proprietà o semplici avvistamenti che hanno comportato una telefonata a una agenzia per la conservazione ambientale.

Collari Gps, telecamere e analisi del Dna forniscono i dati per intervenire sul territorio: Parks Canada monitora, dal 1996, aree dedicate e corridoi protetti per gli spostamenti sicuri della fauna selvatica in cerca di cibo, riparo e opportunità riproduttive. Chilometri di autostrada sono attrezzati con sottopassi e cavalcavia dedicati agli animali per evitare la collisione con le auto e favorire emigrazione e variabilità genetica. Incendi controllati aprono spazi nelle foreste, per ricreare habitat adatti e lontani dai fondo valle popolati dagli umani, mentre soldi pubblici sono a disposizione dei coltivatori per espiantare meli o installare barriere elettrificate. Lo sforzo maggiore, però, riguarda la prevenzione. Ogni canadese che si rispetti, quando si addentra nella bear land, conosce le regole di sicurezza. Per la maggior parte sono frutto delle ricerche di Stephen Herrero, un arzillo californiano oggi 84enne, scienziato ambientale dell’Università di Calgary e autore di Bear Attacks: Their Causes and Avoidance («Attacchi d’orso: cosa li causa e come evitarli»), la Bibbia in materia. Muoversi in gruppo, far rumore per evitare di sorprendere l’animale e, in caso di incontro ravvicinato, vietato mettersi a correre.

Certo, ci vuole un bel po’ di sangue freddo per imparare a distinguere la carica a scopo intimidatorio dall’attacco vero e proprio, ma nel 98 per cento per cento dei casi basta avere a portata di mano lo spray alla capsaicina per far battere in ritirata l’animale. Multe salate vengono appioppate a chi mette fuori il bidone dell’immondizia fuori orario o non pulisce il barbecue, ma soprattutto a chi dà da mangiare agli orsi: pochi giorni fa un giudice di Vancouver ha condannato Vitali Shevchenko, agente delle star dell’hockey, a pagare cinquemila dollari per aver offerto spaghetti e cracker a una famiglia di orsi nel giardino di casa. Esistono, soprattutto, linee-guida per valutare il comportamento e il grado di pericolosità degli orsi, suddivisi in tre classi, da quelli che hanno attaccato gli uomini e danneggiato la proprietà a quelli inoffensivi. A decidere sono i funzionari del Conservation Officer Service, cui la Corte Suprema di Ottawa ha riconosciuta la piena discrezionalità sulla soppressione degli animali pericolosi. Se un orso ha attaccato una persona, senza essere provocato o esibendo comportamenti predatori, se si è abituato al cibo umano e alla spazzatura, se si avvicina ripetutamente alle persone o entra negli edifici, può essere considerato un rischio per la sicurezza e sottoposto a «eutanasia».

Prima, di solito, si tentano la sua rieducazione con il condizionamento avversivo, che associa comportamenti indesiderati dell’animale a uno stimolo spiacevole (proiettili di gomma, barriere elettrificate, sirene, spray alla capsaicina), o il trasferimento in un’area remota. Questo metodo ha dei limiti quando entrano in gioco lo straordinario senso olfattivo degli orsi e la loro memoria. Nel 2015, e non è un caso isolato, un grizzly mandato «al confino» in pochi giorni ha percorso oltre 100 chilometri per tornare nella zona di provenienza. Il ministero dell’Ambiente e del cambiamento climatico della British Columbia ha sviluppato un programma per far diventare bear smart le comunità, con piani che analizzano il rischio e offrono il know-how che serve per gestirlo. Questi piani suggeriscono che i cosiddetti orsi «problematici» non nascono animali «problematici» ma lo diventano per l’incuria delle persone quando rendono disponibile cibo di provenienza umana. Nonostante questi sforzi, però, 600 orsi all’anno vengono sottoposti a eutanasia, mentre se ne deportano un centinaio. Numeri in calo rispetto ai mille eliminati ogni anno prima dell’avvento delle bear smart communities, ma che hanno comunque spinto gli ambientalisti a chiedere che le guardie forestali indossino una body-cam obbligatoria. Che si capisca bene di chi è la colpa.

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